“40 giorni e un minuto”: di Fava. Resoconto di un viaggio dell’anima tra cadute turbinose e risalite ultraterrene

In attesa che il 21 maggio, presso il Teatro Pocci di Tuscania (VT), Vincenza Fava torni sul palco col nuovo spettacolo “Essere o non essere? Per noi non è un problema” (spettacolo che tratteremo, recensendolo) Ensemble Edizioni, nella collana ‘Alter’, manda in libreria il nuovo libro di poesie “Quaranta giorni e un minuto” (80 pagine, 12,00 euro), resoconto poetico di un tragitto intrinseco, in cui la ruvidezza dello spasimo schiude un percorso di analisi spirituale

RECENSIONE ESCLUSIVA PER IL MEDITERRANEO

A CURA DEL POETA MAURIZIO GREGORINI

Ripulendo le spighe dal nero/ inchiostro del demone/ farò di te/ lo so, lo vedo, lo giuro/ un sarcofago millenario”, e ancora: “Sassolini perduti sul selciato, ponti sospesi,/ così in alto tanto in basso./ Un sorriso beato sul volto,/ ultima tra gli ultimi,/ piccola tra i piccoli./ Dì, era tutto previsto, non è vero?”. 

Già col precedente Il nome che torna” (Augh Edizioni, 90 pagine, 9,90 euro) Vincenza Fava (editor, docente di lingua francese, si occupa di teatro e poesia. Nel 2016 ha vinto il Premio Internazionale di letteratura “Antonia Pozzi” con la videopoesia “Discese. Oltre ai suoi libri, è presente in diverse antologie poetiche) aveva intrapreso – tramite il verso – una via di comunicazione dove riscatto o salvezza si celavano in poesie di virtù, col tentativo di abbandonarsi tra le braccia della vita; ora invece il contatto col Dio, bramato da tempo immemore, diviene unione del cuore (oseremmo dire dello ‘Spirito’) affinché ci si possa proteggere dagli inganni del buio, come dagli raggiri del maligno: 

Allora, avrò solo voce/ per gli angeli./ Mi prenderete per mano/ quando salendo gli ultimi gradini/ sarò a un passo dalla pioggia muta/ che ci divide?”, per proseguire: “Così la notte è la mia culla,/ germoglio nel ventre di una madre,/ le mani giunte/ in attesa di un amen,/ nomignolo liberatore/ da questa disarmante follia”.

La vicinanza di creature celesti, di esseri spirituali, allo scopo di conseguire più luce nel fondo dell’animo, serve al poeta per scrutare con trasparenza e lustro il proprio itinerario verso l’Amore che tutto accoglie, come se – in tempi di acceleramento, disordine e indeterminatezza sul mondo che ci tocca di vivere oggi – si senta ancor più con necessità l’urgenza di sentenze su interrogativi che rimirano il grande tema della sussistenza; e poiché anche nel mondo incorporeo un pensiero è realistico tale e quale una sperimentazione fisica, i versi che in questo libro si ‘fanno’ preghiera, divengono l’incorruttibile trasmissione che permette alla mente di ‘discernere’ la contiguità con le proprie guide ultraterrene, sebbene per individuarle bisogna prima di tutto conoscere sé stessi: 

La verità è che Tu dormivi/ mentre io ti chiamavo./ Suppellettile il nome,/ non hai suono né voce/, sei cordone ombelicale,/ che non oso spezzare,/ ma per dimenticanza o timore,/ adesso,/ faccio finta che sei neve”; “Dio, come si muore a lungo la sera,/ la cenere nei capelli,/ promiscua unione di terra e cielo,/ mi avverte di una fine inattesa,/ folle corse in discesa”. 

Come se qui il poeta fosse un medium telescrivente cui le entità penetrano nell’area celebrale prescelta alla propagazione, sprigionando efficienza a parole distinte, al fine di assicurarsi luminosità dentro di noi, queste poesie sembrano consegnarsi a quelle anime che hanno desiderio di bere illuminazione e incitamento. Qui non apprendiamo se la tragedia sia Dio o il poetare, intendiamo solo che la quiete di un mistero sacro che si poggia sulle labbra del lettore diviene primordio inviolabile sull’inchiesta di novelle consapevolezze, come a garantire – a chi si appresta a leggere i versi – che tutto si muove in impulsiva consonanza, e persino i visibili scontri del soffio vitale sussistono di una danza eufonica. Qui corpo, mente ed emozione sono ciò che il poeta ‘è’: se ci si riconosce sia nella Totalità come nello spazio in cui la vita accade, amore e indipendenza – nature del nostro essere – sgorgheranno in noi senza limiti o confini. Forse dovremmo considerare “Quaranta giorni e un minutouna sorta di mappa che ci guidi nell’accingersi verso una cognizione nel migliorare la nostra capacità di volere bene a quella terra in cui abbiamo scelto di ‘essere nel tempo’, ben prima della nascita. Se si è avvezzi a esperienze esoteriche, si sa perfettamente come ogni forma d’Amore – se autentica – sopravviva a noi poiché non appartiene al tempo umano, bensì alla compassione cosmica, all’estasi della coscienza (anche qui, come poco sopra, dovremmo scrivere non della ‘condiscendenza del cuore’,  ma dello ‘spirito’):

Ho portato una mano al cielo/ e ho raccolto la giusta luce./ Solo per vedere, incompiuta,/ un’impercettibile/ oscillazione delle labbra,/ e intonare il salmo della sera”, come dire che Dio (o chi per Lui) si riveli trasversalmente con segni tangibili in una realtà spesso sorda ai richiami dell’impercettibile. Qui non si intende sperperare l’opportunità della vita, anzi; qui si officia un tragitto in cui si svela che l’incantevole deve tuttora appressarsi, perché l’eternità è qui sulla terra, in amicizia con Dio come del prossimo: “Ti ritrovo accanto,/ come la melodia d’un pianoforte/ senza tasti neri”.