A BOCCE FERME. La lunga lista dei silurati che restano fuori dal Parlamento

«La mia forza non me l’aveva data il parlamento ma il girare per l’Italia. Farò un po’ di ordine nel partito, lo strutturerò e vado avanti, in più io ho sempre continuato a fare il giornalista, ho fondato il sito ilparagone.it, scriverò e continuerò la mia attività. Immagino che sarò chiamato ancora in televisione, dove andavo non tanto perché sono senatore ma perché avevo un mio punto di vista sulle cose»: così Gianlugi Paragone di Italiexit prefigura il suo prossimo futuro professionale. Fa parte anche lui del corposo elenco di quelli che non ce l’hanno fatta. E’ il caso (forse il più clamoroso) di Luigi Di Maio. Dopo due legislature, da vicepremier e tre volte da ministro, probabilmente ora incamminato sulla strada delle consulenze. Con lui non ce l’hanno fatta gli ex ministri Vincenzo Spadafora e Lucia Azzolina, che tornerà a fare il dirigente scolastico a Siracusa. Altro destinato all’anonimato è Davide Crippa, capogruppo alla Camera del M5S prima di mollare Giuseppe Conte 

A casa restano perfino Armando Siri, l’ispiratore della flat tax («La legge elettorale e la ripartizione dei seggi non hanno premiato lo sforzo» si consola) e Simone Pillon, quello delle battaglie contro il gender. Fuori anche Valentina Vezzali, la ex ministra Teresa Bellanova e Luciano Nobili, pasdaran di Italia viva. 

Nel Pd è andata male a Emanuele Fiano, Andrea Romano, Stefano Ceccanti, Andrea Marcucci.