Addio a Klaus Schulze, l’alchimista “cosmico” delle tastiere 

Precursore dell’elettronica anni Settanta, era nato a Berlino il 4 agosto 1947

In esclusiva per Il Mediterraneo il ricordo

di Maurizio Gregorini (musicologo e Poeta)

Nella totale, ignominiosa, indifferenza dei media (solo alcune riviste on line di settore ne rendono notizia; le Terze pagine dei quotidiani, una volta attente alle scomparse dei grandi musicisti del Novecento, non solo restano distratte, ma confermano il livello di ignoranza culturale in cui stiamo sempre più infossandoci), veniamo a conoscenza della morte di Klaus Schulze. 

Precursore dell’elettronica anni Settanta, nato a Berlino il 4 agosto 1947, a darne notizia è stata la famiglia, senza però specificarne le cause del decesso (“La sua musica e il suo ricordo rimarranno vivi in noi”, annotano in un comunicato stampa, precisando che “Ce ne sarebbero di cose da dire sulla persona e sull’artista, ma è probabile che lui avrebbe tagliato corto: ora basta! Come da sua volontà, l’ultimo addio sarà riservato alla ristretta cerchia famigliare. Sapete com’era fatto: per lui contava la musica, non la persona”). Il figlio Maximiliano, nella sua pagina Facebook, a nome di tutta la parentela e dei collaboratori del musicista, prosegue spiegando che la morte è avvenuta improvvisamente, in maniera inaspettata

Un pensiero è arrivato anche da Frank Uhle, direttore dell’etichetta di Schulze, la SPV Records. Abbiamo perso e ci mancherà un buon amico, uno dei più importanti e influenti compositori di musica elettronica, un uomo di principio e un artista eccezionale, mettendo in risalto la natura sempre allegra del musicista, il suo spirito innovativo e il suo grande lavoro. Settantaquattrenne, in oltre cinque decenni di attività compositiva (prima della carriera solista è stato fondatore e membro dei Tangerine Dream), Schulze ha contribuito a rivoluzionare l’elettronica e a imporre il krautrock (la cosiddetta scuola berlinese), anticipando ambient, new age, space rock. Dopo aver suonato come batterista, appunto, nel primo album Tangerine Dream “Electronic Meditation” ha fondato con Manuel Göttsching gli Ash-Ra Tempel e in seguito i Cosmic Jokers, per poi imbarcarsi nella carriera solista con “Irrlicht” del 1972, continuando ad operare per estendere le frontiere dell’elettronica. Tra gli altri suoi album solisti più apprezzati, “Cyborg” del 1973, “Timewind” del 1975, “Moondawn” del 1976 ed “X” del 1978. Ha inoltre prodotto diversi artisti come Lisa Gerrard e Dead Can Dance. Uno dei suoi ultimi pezzi è “Grains of Sand”, una collaborazione con Hans Zimmer legata al film “Dune” (il suo impegno nella musica”, ha affermato Zimmer, “è in perfetto equilibrio tra anima e tecnologia. Possiamo definirlo uno dei principali compositori che ha influenzato colleghi con una coscienza profonda di umanità e mistero). Solo poche settimane fa aveva pubblicato “Osiris Pt#1”, estratto dall’album “Deus Arrakis” (CD e triplo elleppì, in uscita a giugno, ispirato al romanzo di Frank Herbert a cui Schulze aveva dedicato nel 1979 l’album “Dune”). 

Definito unanimemente ‘musicista cosmico’ per sovranità, inizia a realizzare le proprie idee musicali forte del suo bagaglio di musica classica, Bach e Wagner in primis, senza tralasciare le attenzioni verso i contemporanei quali Stockhausen, Ligeri e gli ipertoni. Trova spunti riflessivi anche dalla pittura, cui sa ricavare atmosfere grondanti di sensazioni paniche (è il caso del già citato “Irrlicht”). Lo possiamo circoscrivere quale barocco architetto del suono per la sua capacità di erigere nel caos universale sfolgoranti illusioni, intrecciando fiabe e sortilegi in eterne silenziosità: ecco perché le sue mescolanze appariscono come compiangi di spettri che vagano nell’etere, contagiando all’ascoltatore presagi di sventure cosmiche. Potremmo anche osare asserire che la sua arte dei suoni è l’eccellenza del mondo immateriale da cui proveniamo e a cui ritorneremo. 

Ma dove si identifica la sua evidente e unica genialità?  

Nell’invenzione cruciale degli oceanici accordi che durano all’infinito (effetto conseguito riponendo pesi sui tasti) e nelle magnetiche metronomie dei sequencer (basti ascoltare il doppio “X”, estrinsecazione eccelsa della sua magniloquenza, dove ogni suite è consacrata a un personaggio famoso del passato, tipo Nietzsche e dove trova spazio l’omaggio in note, affascinante, al poeta espressionista austriaco Georg Trakl. In quest’atto di ossequio – come in altri consacrati ad altri poeti – Schulze, con l’estro della sua idea compositiva, mette in risalto, all’unisono, scene di battaglia, i luoghi di bellezza naturale di boschi, coi suoi laghi azzurri e pianure dorate: riporta, cioè, in musica, la tragedia dell’ombra ondeggiante di un delirio che sembra danzare in nera putredine, abilità poco comune a tutti i compositori novecenteschi). Tribalismo selvaggio del suono, sensi titanici, dilatati e lisergici, cori gregoriani, trambusti atonali, voci di monaci tibetani, varie percussioni mefistofeliche, gelidi e spettrali mantra, fanno della sua opera la metafora minacciosa dell’essere in vita, nonostante tutto. Con Schulze appare evidente che l’organo da cattedrale, i ritmi elettronici, i timbri del synth – con suite lunghe anche quaranta minuti – non fungono da esperimenti sonori d’avanguardia, ma stereotipi per un consumo ‘popolare’ sia dell’ultramoderno come dell’elettronica. 

Nel ricordare la sua affabile generosità e gentilezza (avemmo la ventura di incontralo per una interista il pomeriggio che precedeva il suo concerto al Teatro Valle il 31 maggio del 1994, occasione in cui ci omaggiò del suo cofanetto privato e non commerciabile di dieci CD, “Silver Edition”, in cui erano contenuti solo inediti), sono da ricordare “Mirage” del 1977, “Babel” del 1987, “Beyond Recall” del 1991, e le splendide collaborazioni con Lisa Gerrard sia in studio che live: “Farscape”, “Rheingold. Live at the Lorely”, “Dziekuje Bardzo” e “Big in Europe”.