Bruno Petrosino. Recitare con la voce e col corpo: quando il nudo si fa “cartolina”

GLOCAL – ROMA/Oggi e domani all’OFF/OFF torna lo spettacolo “vietato” sugli Hikikomori

di Maurizio Gregorini

Stasera e domani sera torna, ore 21.00, a grande richiesta lo spettacolo “Cartoline da casa mia” una recita che modificherà il palco dell’OFF/OFF Theatre di Roma (via Giulia 19) in una stanza in cui un ragazzo, Fosco, vive completamente isolato dal mondo esterno, senza possedere più nulla se non la voglia di comunicare attraverso la desueta forma della cartolina. Una storia vera e moderna, come tante altre se ne sentono in giro, raccontata dalla rappresentazione scritta da Antonio Mocciola e interpretata da Bruno Petrosino su direzione artistica di Silvano Spada, uno show vietato ai minori di diciotto anni. 

Questa la trama: un disadattato. Così la società liquida un uomo, specie se giovanissimo – e dunque obbligato alla vita – che decide di isolarsi in una stanza. Per giorni, per mesi, forse per sempre. Il fenomeno, che in Giappone è una vera e propria emergenza, tanto da meritare un nome apposito (Hikikomori), sta arrivando anche in Italia, e coinvolge soprattutto giovani uomini dai quindici ai trentacinque anni. Fosco, nudo in una scena nuda, circondato da un quadrato di luce nel buio che ne fissa il perimetro d’azione come un ring (o una gabbia), comunica in questo modo anomalo il suo disagio, il suo esilio volontario, scrivendo cartoline ai suoi ex affetti, da cui ha divorziato. In realtà il protagonista intende trasmettere il nulla, e nel nulla rientrerà. I suoi appelli cadono nel vuoto. Sono gesta d’amore che non abbiamo capito, o voluto assimilare, e che resteranno messaggi eternamente imbottigliati: pensieri alla deriva, per una storia vera, del tempo presente, una cartolina per continuare ad esserci, appunto, che diviene strumento con cui il protagonista enuncia al mondo di essere ancora vivo, esprimendo la sua miserabile, ma distinta, solitudine deliberata. Crudezza e arte poetica per esporre un avvenimento sempre più diffuso. 

Così la drammaturgia di Mocciola diviene declamazione vocale e corporea: sul palco, uno spazio quadrato è delimitato con scotch bianco. In un angolo, un corpo nudo è ripiegato su sé stesso. Nella penombra la pelle chiara riluce e freme. Quello strato di pelle sottile vibrante e al contempo resistente che lo separa dal mondo fuori, dovrebbe consentirgli di fare esperienza percettiva e sensoriale della vita stessa. Ma lui, Fusco, ha rinunciato alla realtà estrinseca. Comincia infatti a parlare di sé, spostandosi a tratti come un felino in gabbia, a tratti rassicurato dalla stessa e, seppur confinato nella propria camera da letto, quel corpo nudo rompe tutte le distanze e tutte le possibilità di artificio, mentre giorno e notte si scompaginano e lui ha l’abbaglio di essere emancipato in un quadrato di stanza, con il vassoio del pasto che i genitori gli lasciano fuori dalla porta. E’ un urlo inesaudito poiché il suo strillo è da sempre rimasto inascoltato per anni: da quando, da piccolo, la mano sinistra del fratello gemello gli tappava la bocca mentre la destra toccava le sue parti intime; o durante gli anni di scuola, quando Angelo lo bullizzava e i professori facevano finta di non sentire; o quando il nonno gli insegnava a marciare ed ubbidire, mentre la mamma gli inculcava la vergogna per il suo corpo e per tutti i corpi. Tutto questo lo porterà, una mattina di maggio, a decidere di rinserrarsi, avvertendo di essere ‘natura morta in un deserto’. Se ne distaccherebbe?, forse, se avesse la certezza di trovare un mondo immobile, privo di vita. Ma ha turbamento di sé, di quel corpo da cui si è sentito tradito sin da piccolo, quando sudava o aveva umori corporali imbarazzanti. Ecco perché invia cartoline straripanti dei suoi pensieri. 

Lo spettacolo, pur essendo non adatto ai minori di 18 anni per il nudo integrale dell’attore, non ha nulla di pornografico, provocatorio o disonorante: è un versamento di percezione, tra dolenza e scarcerazione, dove la coreografia composta da una serie di torsioni e vivacizzi stimolati da un contenuto che elettrifica il personaggio, assurge ad un busto in movenza, il cui sforzo furfante e lancinante di stenderne una poesia immutabile, si fa astro incontrastabile in cui recuperare un eterno avverabile. 

Mocciola, nato a Napoli nel 1973, è autore teatrale e radiotelevisivo. Tra le sue pubblicazioni, “Le belle addormentate”, “Il tempo degli amaranti” e “Addosso”. Ha curato e firmato booklet per Giuni Russo e Franco Battiato. Tra i suoi testi teatrali ricordiamo “Gli amici se ne vanno”, “Mediterranea passione” (per Piera Degli Esposti), “La cella zero”, “Verso il mito – Edith Piaf”. Bruno Petrosino, nato nel 1992, campano di origine ma romano d’adozione, ha studiato all’Accademia d’Arte Drammatica ‘Cassiopea’ di Roma. Dal 2015 collabora con diverse compagnie emergenti tra cui “SPACE! Spazi di Creatività Eclettica” e “Power Charge Theatre” di Roma, la Realtà Teatrale “Skenèxodia” di Pesaro e la compagnia “Reading Gaol” di Milano. A fine maggio, al Teatro Lo Spazio di Roma, vi sarà uno spettacolo per cui l’attore ha lottato e a cui tiene molto poiché ne ha una inspiegabile “urgenza” di raccontarlo: su testo di Donatella Busini, il suo nuovo lavoro con Mauro Toscanelli, “Io ed Elena”.