CAVEA AUDITORIUM. In trionfo l’arte poetica di Patty Smith che narra masserizie antiche con lemmi moderni 

In due ore di concerto ha saputo con maestria e grinta rendere complice il pubblico, incoraggiandolo a degustare un vortice di bellezza fuori dal comune

RECENSIONE DEL MUSICOLOGO E POETA MAURIZIO GREGORINI

IN ESCLUSIVA PER IL MEDITERRANEO 

Dopo aver aperto il tour italiano al Teatro Grande di Pompei (sul suo profilo social ha postato fotografie del Vesuvio, del Cristo Velato e di Pio Monte della Misericordia annotando come sia incredibilmente “santo” il caffè a Napoli) officiando bellezza e rilevanza nell’essere tutto sommato ancora vivi (alla Cavea del Parco della Musica ieri sera un ragazzo le ha gridato “I wanna die for you”, ‘voglio morire per te’ e lei, capendo prima “voglio guidare per te” – ‘drive’ ha replicato “Per carità, no, non ho bisogno di questo. Piuttosto pensa a vivere, leggere libri, ascoltare buona musica. C’è sempre tempo per morire”), a Roma Patti Smith ha dato vita ad una dimostrazione eccezionale (come sempre) di come si dovrebbe fare musica rock, suonando in vicinanza alla sua immancabile band di cui fa parte il figlio Jackson Smith (alla chitarra) e insieme agli amici storici Tony Shanahan (al basso) e Sed Rochford (alla batteria). Ripercorrendo parte della sua carriera (i brani in scaletta erano “Grateful”, la cover di Bob Dylan “The Wicked Messenger”, “My Blakean Year”, “Nine”, “Free Money”, “Ghost Dance”, “Dancing Barefoot”, “Beneath The Southern Cross”, “After The Gold Rush”, cover Neil Young, l’inevitabile “Because The Night”, “Pissing in a River”,  chiusura concerto con “Gloria” cover dei Themm e bis con “People Have The Power” – “Io e il padre di mio figlio Jason, Fred Smith, abbiamo scritto questa canzone per voi”, afferma poco prima di intonarla”), in due ore di concerto Patti Smith ha saputo con maestria e grinta rendere complice il pubblico, incoraggiandolo a degustare un vortice di bellezza fuori dal comune. Per nulla egocentrica o esibizionista, oggi tantomeno contesa fra Bibbia e urgenza del presente, la Smith ha inteso vomitare l’intera confessione astrale di una luce che trova nella realizzazione della musica – fusa col senso dei versi (straordinaria la sua interpretazione della poesia di Allen Ginsberg “Footnote to Howl” e dell’“Infinito” di Giacomo Leopardi recitata in inglese) – l’illuminazione di una ‘verità unica’ per quei lirici (e non solo) che intendano apprendere le ‘vibrazioni’ del cosmo. E tra accenni liturgici, urla di terrore, urgenza selvaggia del canto mista ad una intonazione a volte confusa (ma tanto cara a Lou Reed), astratta, mai lineare – di regola per chi sa intendere la poesia – anche nel concerto romano, di fondo, Patti Smith ha inteso commemorare i vari andirivieni a cui siamo sottoposti vivendo l’esperienza del corpo, ossia la celebrazione del passaggio tra la vita e la morte, includendovi le incertezze e i drammi di una gioia che fiorisce spesso nella casualità del dramma. Cocktail di suoni classici e all’unisono duri, a volte decantati con incredibile energia, altre volte sussurrati con estrema dolcezza (come si auspicasse sfuggire da un canto possibile o addirittura negarlo), che spaziano dal metallo pre-punk (si ascolti l’album “Street Hassle” di Lou Reed per capirci) al rock grintoso e stuzzicante tipico dei Rolling Stones (i suoni metafisici e arroganti del loro “It’s only rock and roll”), lo spettacolo romano è stata la prova di come annotazioni e carte intime, se messe in musica pura, divina, possano esaltare e poco dopo negare, la sua origine e provenienza, parte di una ispirazione che in lei non trova limite o fine; come dire che, anche se si mostra ‘sicura’, ‘stabile’, è evidente come la sua ispirazione sia torturata dalle vicende intime della sua affascinante vita: ecco perché, sebbene astratte, mai lineari e vaghe e intangibili, le sue intonazioni sono ‘cavernose’ come è di regola per i poeti eccelsi. E al pari di ogni vero poeta figlio della Beat Generation (Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Ginsberg, Jack Kerouac), l’accento e l’esposizione di ogni canzone riacquista assolutamente un delirio sonoro, un senso del verso malato e rabbioso, ma allo stesso tempo selvatico, potente, violento, zuccherato. La storia di questa singolare esibizione è una narrazione paranoica e acuta sulla perdita di punti di riferimento dell’animo, che non trova radice in una morale becera e comune. La sua è sempre una stagione dedicata all’arte poetica: il metodo, l’uso delle lettere, sono sempre il nucleo della sua esperienza: dire ancora con lemmi moderni masserizie antiche (cinquant’anni fa esordiva con la raccolta poetica “Seventh Heaven. A ottobre inaugurerà una mostra al Pompidou di Parigi, a novembre ha un libro in uscita, mentre “The Melting”, che sta scrivendo da due anni, non vede ancora la luce).

LA SMITH LASCIA IL PALCOSCENICO DELLA CAVEA STRINGENDO FRA LE MANI IL LIBRO “KI, SEGNI DELLO SPIRITO” DEL NOSTRO MUSICOLOGO E POETA MAURIZIO GREGORINI

L’imperdibile esecuzione romana consacra ancora una volta e all’eterno la Smith come “unica e valente sacerdotessa del rock”; se poi, salutando il pubblico romano tiene tra le sue mani l’ultimo mio libro di poesie “Ki. Segni dallo spirito” che sono riuscito a consegnarle, l’atmosfera non appare solo incantata, ma conseguenza di un dialogo empatico tra poeti.