Esce “Polvere di Allah”, undici racconti d’osservazione perenne sul mondo musulmano

Idiomi ‘contro’ preconcetti e banalizzazioni sulle ambientazioni e il vissuto arabo: il caso editoriale Giorgio Gigliotti. Per l’occasione ristampati anche i due precedenti volumi, ora tutti in un cofanetto speciale.

INTERVISTA ESCLUSIVA PER IL MEDITERRANEO

A CURA DEL POETA MAURIZIO GREGORINI

Come è noto a chiunque, l’informazione è la notizia o una o nozione raccolta e poi comunicata nell’ambito di una utilizzazione pratica o immediata; mentre la denuncia è una segnalazione alla pubblica opinione di un fatto o di un atteggiamento ritenuto negativo e riprovevole; infine il racconto rientra nell’esposizione – orale o scritta – di fatti veri o immaginari nel loro svolgimento temporale, nonché composizione letteraria in prosa a carattere descrittivo, definita da un tipo di argomento dichiaratamente particolare o episodico: insomma una descrizione introduttiva, la nostra, per meglio comprendere il significato che sta alla base di “Polvere di Allah” (Edizioni Ponte Sisto, 250 pagine, 14,00 euro; prefazione del poeta e saggista Gabriel Cacho Millet), l’atteso libro di Giorgio Gigliotti, pubblicato nella collana, ‘[email protected]’, diretta dal poeta e scrittore Antonio Veneziani. Terzo ed ultimo tomo dei precedenti “Hotel Allah (Racconti dall’Islam)”, il libro inchiesta uscito nel 2008, divenuto nel tempo un caso editoriale della letteratura per il suo linguaggio ‘contro’ gli stereotipi e le banalizzazioni sull’ambientazioni e il vissuto arabo (Gigliotti è uno scrittore occidentale che ha vissuto nei Paesi arabi e che ha dedicato la sua vita e il suo lavoro allo studio dell’Islam e dintorni), e di “Pane e Allah”, uscito nel 2019, opera concepita quale gesto d’amore, atto d’affettuosità per chi ha saputo accettare di vivere con chi definiamo diverso da noi, mostrando così al comune lettore come sia facile, oggi più di ieri, scivolare in valutazioni perentorie, nutrirsi di inservibili amarezze, anche in questa occasione nel libro si trovano narrazioni varie: l’odissea di un immigrato marocchino, la vita avventurosa della massima interprete della musica egiziana, la peripezie di un giovane omosessuale in Tunisia, la ricomparsa impensata dell’eroe di De Saint Exupéry, un viaggio metaforico e poetico, la storia del trentennio pre e post coloniale riportata attraverso un espediente narrativo e momenti di vita quotidiana, all’unisono ironici, drammatici e divertenti; infine, gli ultimi racconti che iniziano il lettore nel mondo mistico sufista e in quello disperato e trasgressivo delle sue grandi metropoli, dalla dipendenza della droga agli eccessi giovanili. Nato a Catanzaro, Gigliotti ha collaborato con ‘Manifesto’ e ‘Rinascita’, diretto la webzine ‘Interact Press’ ed è stato più volte inviato per Radiorai nel Magreb, girato un documentario sull’Algeria post terrorismo, organizzato incontri in Nordafrica tra associazioni giovanili con il progetto Euromed Youth. Oltre alla narrativa, ha pubblicato otto monografie sui Paesi del bacino Sud del Mediterraneo. Nel 2012 fonda l’associazione CooPerAzione per lo sviluppo dell’aerea mediterranea di cui è presidente); anche quest’opera – che va a chiudere la trilogia sull’Islam edita per l’occasione in un cofanetto per euro 38,00 con la elocuzione ‘Islamitudine’ – diviene l’ennesimo affresco che contiene in sé il plusvalore di far conoscere una realtà di cui tanto si discute – ma di cui poco si sa – anche se non la si conosce affatto, e del quel poco che se ne sa a volte è dovuto ad una maligna indicazione, dovuta spesso all’incompetenza verso una cultura. Il cofanetto, appunto, chiude la trilogia sul mondo islamico mediterraneo, un lavoro mai realizzato prima da uno scrittore occidentale, opera in cui, tra la vita e la morte, si svela l’esistenza dell’essere umano. Riguardando anche i precedenti, ci si accorge come l’autore ottiene, con contegno pungente e intelligente, di ritrovare in una storia, paesaggi, situazioni, attimi e personalità difficilmente interpretabili per chi di quei loghi ha scarsa padronanza. Ecco perché nelle pagine della trilogia, lo scherno si sposa col senso della poesia, andando così a scomporre una realtà – spesso a noi estranea – sempre eletta alla luce del sole o a quei tramonti le cui sfumature assurde e magnifiche possono godersi solo se quelle terre le si vive con passione, lucidità, a tal punto che le avventure descritte hanno in sé sia la commedia che un senso di tragedia di un onirico che oscilla tra la coscienza della storia e della politica e che non tralascia affatto né la vita d’ogni giorno, né il misticismo (tanto caro all’Islam). Si tratta di libri che ci pongono in adiacenza con ogni eventuale punto di vista del mondo arabo, senza l’intellettualistica presuntuosità di risolvere i dubbi di una civiltà per lo più ignota, ma di porla a noi tramite gli sguardi e i gusti di chi in quei luoghi c’è nato e vi prosegue a stare. Ora, ciò che si mostra scorrendo queste pagine, è il desiderio di Gigliotti (ma, a nostro avviso, ne è inconsapevole) di consacrarsi alla via della conoscenza di verità possibili: la vita, per lui, non è solo occuparsi di faccende quotidiane, stare con gli amici, fare figli e così via; gli preme invece individuare un certo criterio, un garantito insegnamento che possa indurre il lettore ad una ‘consapevolezza’ di un significato, altrimenti che senso avrebbe rintracciare una possibile veridicità nella vita? Ecco dunque il perché della sua analisi totale, soprattutto dentro sé stessi. E la sua comunicazione al prossimo (distratto, violento, impostore, poco importa) intende valorizzare che il bene come il male dipendono proprio da noi, dalle nostre scelte. Vi è certo una certa percezione della religiosità dell’esistenza (ribadiamo che probabilmente, razionale com’è, a volte, Gigliotti pare non rendersene conto) che non passa attraverso la lettura di svariati testi, ma che paia annunciare come questa sorta di spiritualità dell’umano sia esattamente dentro di noi, col suo carico di dolore, di paure e di piaceri profondi. La mistica e monaca benedettina tedesca Ildegarda Di Bingen amava ripetere che “Per volontà divina il mio spirito nella visione sale in alto fino alle stelle, in alto, sopra le differenti regioni, in luoghi lontani da dove resta il mio corpo”, e come lei anche la trilogia di Gigliotti conserva una visione: toccare una infinità di argomenti che siano una ‘osservazione’ perenne del presupposto umano, in cui ogni aspetto del comportamento è interconnesso con tutti gli altri. A volte le pagine della trilogia sono luminose, altre di perenne lotta, altre ancora di reale sfida coi fedeli di altre religioni. Infine, vi sembra prospettarsi una certezza (ed ecco che qui torna il senso della ‘visione’ cara ai mistici): che l’uomo contemporaneo possa aspirare ad una possibile salvezza mediante una ‘comprensione profonda’ che sappia allontanare quel senso di alienazione di distruzione collettiva che a volte la superficialità di una modernità impone agli esseri senzienti. I libri di Gigliotti, carichi di tentativi, sentimenti, idee e intuizioni, inducono a riflettere che prima di interpretarne i racconti, si deve conoscerne i contesti, è vero; ma sottolineare l’offerta di una grande opportunità che il testo offre è doveroso: l’incontro in spessore tra l’Islam e le altre religioni disegna la vera provocazione per l’uomo del terzo millennio, per una salita nella profondità del cuore che non conosce di certo limiti e ostruzioni.

Il cofanetto che ospita la trilogia riporta una iscrizione: “Islamitudine”. Cosa significa?

“In realtà si tratta di un termine che non esiste, coniato da me e da un amico mio mentre soggiornavamo a Tunisi. Intende significare, almeno per noi, uno stato d’animo inconsueto. Ma è anche un sentimento che pervade le tre opere, è, cioè, il mio centro d’interesse, sia di viaggi che di pubblicazioni. Considero l’islamitudine una finestra che si si affaccia sull’altra riva del Mediterraneo, vale a dire un intimo plusvalore trasformato in prodotto letterario, con una scrittura a volte cruda, ma intrisa di poetica e di cinematografia. Così, data l’occasione di ‘Polvere di Allah’, si è considerata l’eventualità di editare anche il nuovo libro in un cofanetto in cui fossero ospitati pure i due precedenti testi, mancanti da tempo. Sa, quando uscì ‘Hotel Allah’, non era certo mia intenzione proseguire simile narrativa. Poi col tempo dentro di me si è manifestata l’esigenza di una prosecuzione dovuta a mutamenti significatici, veda gli accadimenti delle primavere arabe. Ossia, ho percepito in quelle aree qualcosa d’insolito che a mio avviso andava in qualche modo testimoniato”.

“Polvere di Allah” è dedicato a Emiliano, scomparso di recente.

Si tratta di un omaggio dovuto dato che l’esperienza della sua vita si è conclusa tragicamente e in modo inaspettato. Ma è altresì dedicato a tutti i miei nipoti, che non sono solo quelli di sangue, ma che sono i figli dei miei amici; a questi aggiungerei volentieri tutti i bambini di questo mondo. E siccome considero il cofanetto la deposizione di una esperienza di vita, ciò che mi auguro è che attraverso questa lettura le nuove generazioni possano essere aiutate a cercare una propria strada, a viversi fino in fondo la propria vita. Lasciare vivere bene i bambini nel mondo: già questo sarebbe un ulteriore passo verso una consapevolezza universale”.

Diversi anni distanziano i tre tomi specifici. Come mai? 

Sebbene la scrittura sia sempre presente, il più delle volte essa mi appare come uno strumento da utilizzare ogni giorno, fino a comprendere quando arrivi per davvero il momento in cui via sia qualcosa da dire di necessario. Ad esempio si trattò di un momento necessario, percepito nel 2011, quando iniziarono le cosiddette ‘primavere arabe’, poi terminate con un lungo e profondo autunno che mi spinsero a scrivere ‘Pane e Allah’, il secondo tomo della trilogia. Quel che mi premeva – e che preme tuttora – era far intendere il senso di fiducia scaturito da tale presa di coscienza, come dire che si era gettato un seme che potesse far generare un albero diverso. Di qui la mia motivazione sempre presente di tornare in luoghi quali l’Egitto, la Siria e la Tunisia, passando per Beirut, e poi in macchina fino a Damasco, itinerario sviluppatosi dentro di me, fino a farmi dare vita ad una serie di scritti. Lei si chiederà come mai io abbia atteso tanto tempo tra una pubblicazione ed un’altra; insomma, si domanderà come mai negli anni che ho tentato con le mie parole di dare un senso a quella fiducia di cui le accennavo poco fa, sia stato necessaria una presa di coscienza significativa dentro di me affinché questa trilogia trovasse una fine. La motivazione è che necessito di un lasso di tempo smisurato per sedimentare emozioni, informazioni, vissuto, affinché possano poi essere tradotti in letteratura. Ossia possano, tramite una esperienza, far uscire dal mio animo il senso di una realtà di notificazioni che necessitano di una sedimentazione specifica al fine di essere tradotte in letteratura. Proprio col nuovo ‘Polvere di Allah’ mi sono reso conto che era il momento di concludere la relazione sul mondo islamico, tenendo sempre in mente quale sia il filo conduttore delle tre opere: la fusione tra ciò che è materia e ciò che è spirito, fino all’estremo, che è poi anche il fascino di tale cultura. Inoltre era necessario risolvere la contaminazione tra mondo occidentale e mondo islamico, fatto secondo me avvenuto principalmente col nuovo libro. E’ noto come la globalizzazione abbia fatto sì che queste tematiche fossero più acute ora rispetto al passato. E, leggendo i tre libri, partendo dal primo, si nota la conseguenzialità dell’intenzione primaria: descrivere una seduzione che è parte di un certo tipo di misticismo, che vede lo spirito in ascesa e discesa sulla evoluzione della propria anima – pensi ai dervishi – (i dervisci rotanti appartengono all’ordine turco Mevlevi, ‘mevlevilik’, una delle tante ‘tarikat’ sufiste, nata nel XIII secolo da Celaleddin-i Rumi e ampiamente diffusa in Siria e Anatolia. ‘Tarikat’ significa, infatti, confraternita. I dervisci rotanti, girano su sé stessi in modo ipnotico, facendo perno sulla punta del piede sinistro, al suono di flauti e tamburi. Le braccia sono aperte come ali, con una mano rivolta al cielo e l’altra alla terra. I dervisci, monaci islamici sufi, ballando partecipano a una cerimonia sacra antichissima. Roteando su loro stessi, con minuscoli passi in senso antiorario, prima piano e poi sempre più velocemente, arrivano a compiere fino a trenta giri al minuto. La danza, è stata dichiarata bene immateriale dell’Umanità dall’Unesco. N.d.i.), fermo restando che ciò che apre la visione dello spirito appartiene alla materialità dell’esperienza, ossia, non si può aprire il terzo occhio se l’occhio fisico non gode appieno delle sue sperimentazioni terrene”.

Nel nuovo libro è inserito uno splendido racconto dedicato a Umm-Kalthoum, conosciutissima interprete di canzoni arabe.

Si tratta di una figura importantissima per il mondo arabo, poiché sia da Nasser che da Gheddafi, si è cercato di unire il mondo arabo attraverso la formula politica del ‘panarabismo’ (movimento tendente a promuovere l’unità o quanto meno una vasta solidarietà politica e culturale fra tutti i popoli di lingua e civiltà araba. Sviluppatosi a partire dalla Prima guerra mondiale, insieme al generale moto di riscatto dei popoli arabi dal dominio ottomano e da quello coloniale, dal 1945 ha trovato espressione, sul piano istituzionale, nella Lega degli Stati arabi, senza però mai riuscirci; n.d.i.). Si deve alla sua abilità di interprete nell’essere riuscita in ciò che la politica ha fallito; si pensi che per lei hanno scritto testi di canzoni tratti da veri e propri poemi: lo hanno reso possibile i massimi lirici del mondo arabo. Lo si voglia o no, Umm-Kalthoum ha accompagnato tutti i lampi più rilevanti della loro storia, dalla Siria al Marocco: le faccio un esempio: quando Nasser perse la guerra dei ‘Sei Giorni’ con Israele, un dramma per l’intero mondo arabo, lei smise di cantare canzoni d’amore preferendo testi impegnati e patriottici portando così il senso di questa tragedia all’attenzione del mondo, facendone insomma un senso di rivalsa, con i suoi concerti tenuti ovunque, raccogliendo fondi e promuovendo l’orgoglio del suo popolo. Si pensi che al suo funerale, l’intero Cairo era in strada ad accompagnane il feretro. Tale era la sua fama, che a volte i suoi concerti a teatro venivano proiettati in diretta nei cinema di ogni paese e alla radio; spesso il Parlamento egiziano si fermava per seguire in diretta le sue performance trasmesse radiofonicamente. Tuttora, In Egitto, a quasi cinquant’anni dalla sua morte, ogni primo giovedì del mese, alle ore 22.00, la radio nazionale trasmette i suoi concerti. Il suo “Enta-omri”, pubblicato nel 1964, è il disco più venduto in lingua araba”.

Cosa tratteggia per lei questo cofanetto?

Una parte indicativa della mia vita, c’è poco da fare. In un momento confuso in cui, per nostra grande responsabilità – ciò non va dimenticato – una parte del mondo – e per parte del globo intendo il Sud del Mediterraneo – bussa alle porte della nostra Europa e noi si risponde al solito con cinismo, ignoranza e violenza, trovo sia imprescindibile informare chiunque sulla realtà del mondo arabo. Secondo me la letteratura aiuta più di un saggio specifico, e trovo che questi testi abbiano un plus valore: quello di dare notizie e indicazioni su di un mondo di cui tanto si parla, ma che a mio avviso poco si conosce nella sua profondità; e se lo si conosce, lo si intende attraverso preconcetti di cui adesso non si ha affatto bisogno. Se alcuni racconti sono descritti con violenza? Ma, scusi, Gregorini, il mondo arabo è questo: intensa spiritualità in una vita che è per certi versi all’apparenza pregna di edonismo assoluto (di qui il fascino di quelle genti), mistica inevitabile in un mondo che all’esteriorità può parere molto materiale. E’ noto a chi mi frequenta come io resti affascinato da entrambi i contesti: nella loro commistione trovo un seduzione irrefrenabile, perché in quei posti specifici, rintraccio direttamente il livello massimo della mia incorporeità, così come della mia materialità. Sono libri che possono incuriosire il lettore comune? Credo di sì, come spero piacciano i racconti. Lo auspico perché resto certo che a fine lettura essi trasferiscano un profondo senso di desiderio di conoscenza verso questo mondo; un’ambizione che ogni lettore può avvertire con modalità proprie. Inoltre notifica come, anche se si tratta di due realtà storicamente sempre in urto tra di esse – l’Oriente e l’Occidente – è pur vero che esalti il modo in cui queste due realtà specifiche, nei millenni si sono donate l’un l’altra parecchio: oggi l’Occidente non sarebbe tale senza la cultura islamica e viceversa, altro che farci credere ‘morte tua, vita mia’. Cosa mi aspetto da essi? Che il lettore abbia una maggiore consapevolezza di sé e di ciò che ci appartiene, poiché il mondo arabo è mediterraneo, e ci riguarda. Per spiegami meglio: si leggano gli ultimi racconti in ‘Polvere di Allah’, narrazione dove ho inteso portare all’estremo – ripetendomi – le loro due facce: materia e spirito. Le ho suddivise in ‘Anime’, due racconti sul sufismo, e in ‘Vite ingovernabili’, due racconti spiazzanti sulla realtà araba e su come noi comunemente la immaginiamo. Ciononostante, in ‘Anime’ c’è anche la fisicità a cui l’indole è legata, mentre in ‘Vite ingovernabili’ sporge anche il principio immateriale. Una sorta di mescolanza alchemica che sottolinea la commistione tra Oriente e Occidente, qui resa al proprio culmine; come dire: si tratta di un viaggio metafisico che il lettore, se attento, può scoprire in un gioco nascosto di riferimenti atti a nobilitare una cultura attinente”.