GREGORINI INCONTRA VENEZIANI. Un insolito dialogo tra poeti dall’indole permeata di gioia

“Canzonette stradaiole” e “Santi subito”, i due libri del poeta Antonio Veneziani che autorizzano il lettore a riscoprire l’abbraccio schietto del mondo

DAL POETA MAURIZIO GREGORINI IN ESCLUSIVA PER IL MEDITERRANEO

Sono in libreria due opere significative del poeta Antonio Veneziani (nato a Piacenza, tra i suoi lavori fondamentali segnaliamo “Brown Sugar”, “Cronista della solitudine”, “Fototessere del delirio urbano”, “Tatuaggio profondo”, i saggi oramai divenuti cult di “Pornocuore” e i “I mignotti”, “Non basta una parrucca”), “Canzonette stradaiole” (Hacca edizioni, 70 pagne, 16,00 euro, con una intervista di Claudio Marrucci) e “Santi subito” (FVE Editori, 112 pagine, 17,00 euro. L’opera è divisa in sezioni distinte: “O angelo”, “Vite miracolose”, “Mi congratulo”, “Rallegratevi fratelli e sorelle”, “Vite terrestri”). Amico di poeti, scrittori, pittori e musicisti, di lui Dario Bellezza disse che “La sua presenza nel mondo è una presenza discreta, talvolta rabbiosa, sempre discontinua: alla ricerca perenne di una ragione per vivere. La verità leggendaria del suo procedere è lì, a premiarlo di ogni sventura che potrà patire in vita. Anche essere dimenticati”. “Rarissimo caso di uno spirito lirico sopravvissuto a tutti i disincanti del tempo collettivo e dell’esistenza individuale” – come ha annotato un critico – e ultimo tra i maggiori rappresentanti della ‘Scuola Romana’ (ma, ahimè, sebbene lo si voglia incasellare in un gruppo specifico, Veneziani è poeta, al di là di ogni movimento letterario e poetico possibile. Non è, cioè, assimilabile alla noia e al conformismo monocorde e seccante che la cosiddetta ‘Scuola romana’ ha spesso prodotto, fatta eccezione – ovviamente – per Pier Paolo Pasolini, Dario Bellezza, Sandro Penna, che non si comprende per quale ragione siano inseriti in siffatto movimento. Ah!, l’ambizione umana di classificare sempre l’atipicità in uno schema definito, insomma, il raccapriccio stupido di un convenzionalismo anche poetico), nel suo “Canzonette stradaiole’ ripercorre la scomparsa per lui dolorosa del poeta romano Gabriele Galloni, scomparso prematuramente a soli venticinque anni e definito dallo stesso Veneziani tra i massimi lirici della sua generazione, e alla memoria di Galloni con questi versi specifici gli dedica il volume (ma, ad essere specifici, anche “Santi subito” è una lode al suo ricordo):

Impaurito, un poco, forse,/ sulle spalle del giorno,/ sfiori la pallida luna./ Ho appena ritrovato,/ tra labbra e sabbia,/ l’aritmia dell’amicizia./ In questa eternità pezzente,/ con la coda dell’occhio,/ cerchiamo ulteriori sfinimenti./ Proviamo ad aggrapparci/ alla parola, ancora una volta,/ anche se esiliati e senza tracce”. Diversamente, in “Santi subito”, egli santifica i compagni di strada, gli ultimi, i maestri di libertà e di gioia. Coglie la santità dove noi non la vediamo: si tratta di una concreta agiografia profana dove icone della letteratura, del cinema, della musica, artisti intramontabili, veri e propri miti fioriscono a nuovo soffio vitale. Con la sua voce fresca e all’unisono antichissima, caustica e tenera, Veneziani scrive e rammenta ai lettori di uomini e donne che fino a ieri erano tra noi. Così la metafisica dei santi si trasforma, cambia e si rinnova, esce dai luoghi sacri ed entra nella scena pop; e indica, pagina dopo pagina, ritratto dopo ritratto, preghiera dopo preghiera, che ogni vita è più vasta della propria biografia, è imprendibile e canta, allegra e stonata, per i nostri cuori crepati. Il testo di prosa poetica è ingemmato, nonché scortato, dai santini illustrati da Emanuela Del Vescovo, Francesco La Penna, Pietro Contento e Simone Lucciola. Veneziani, con incantata adorazione, prega Santa Marilyn Monroe che “ha compiuto almeno mille miracoli”, invoca San Jim Morrison “elettrico sciamano”, loda Sant’Amelia Rosselli “protettrice dei perseguitati dalla CIA” e si affida a San Jean Genet con “i piedi che corrono con le nuvole”. E poi ancora Dario Bellezza, Pedro Lemebel, Lady Divine, Carlo Coccioli, Jean Genet, l’imprevedibile Nico, Allen Ginsberg, James Dean e altri.  E l’invocazione a Pasolini: “Ti supplichiamo San Pier Paolo,/ parla con Dio, di noi poveri asociali e disgraziati seriali,/ liberaci dal tuono e dalla saetta/ tu che ormai niente più turba e spaventa,/ metti in fuga la paura, la morte,/ la calamità, la lebbra e le labbra amare./ Spezza le catene, fai ritrovare le cose perdute”: come accaduto nel suo singolare “Fototessere del delirio urbano” (riproposto da Hacca nel 2009. I giovani verseggiatori dovrebbero leggerlo), Veneziani con “Santi subito” assurge a ‘poeta spirituale’, ma si tratta di una spiritualità, di una mistica, legata alla terra, all’anima imprescindibile dal corpo, poiché della terra Veneziani conosce ogni ascesa, condanna, vizio e perversione, caratterialità specifiche dell’animo umano (vale a dire la totalità dei disturbi del carattere e del comportamento che esprimono il disarmonico sviluppo psicoaffettivo di una personalità, con note di disadattamento) che nel suo libro assurge a ‘divino’, ossia, un’indole permeata di gioia. E in virtù di una redenzione possibile (ogni cuore dell’essere umano anela al risveglio universale, in cui il peccato – riconosciuto come tale – non esiste e non ha senso di appartenenza), da poeta estremo e inafferrato qual è, Veneziani prende per mano il lettore e lo conduce alla metrica della strada, evitando differenze tra luoghi regali e marginalità periferiche. Come dire che svelle l’infinito nel volto dell’amato o in quello di un pedone ignoto, consacrandone il linguaggio volgare con la sua voce di rottura. Ecco perché con queste singolari ‘preghiere poetiche’ egli contraddistingue, con l’autorevolezza del veggente, l’elegia della calca sociale, discernendone la beatitudine celeste. L’abbiamo intervistato.

Veneziani, da dove nasce l’idea di “Santi subito”?

Anni fa, per una rivista diretta da Marco Ferrei, scrissi cose che mi divertirono moltissimo. Immaginai che un santo potesse avere avuto, nel corso della sua esistenza, varie vite sofisticate. Così, lavorandoci sopra, decisi di arricchire le vite di dodici santi, da pubblicare uno al mese. Ma lo sa cosa costa in denari fare un santo? Beatificarlo, santificarlo… insomma, una responsabilità affatto semplice. Ad ogni modo, i santi, non sono solo decorativi per la vita dei credenti, ma collimano – almeno questa è la mia convinzione – al cuore dell’essere umano, bisognoso di provare la realtà di una parentela, vuole, cioè, essere guardato con amore, sostenuto nel pellegrinaggio terreno da coloro che lo hanno preceduto. Reggendo bene in mente queste stime e, ovviamente, ossequiandole, mi sono lasciato sedurre da quei personaggi che nel corso della mia vita sono stati per me vere eroine o semidei. E tra sacro e profano ho rimarcato i loro conflitti, le loro molteplici avventure, che oltre ad essere fattibili e dinamiche, nella loro mondanità sono state anche spirituali. Avevo da poco terminato la rilettura di un bellissimo libro di Edmund White – so bene come sia uno scrittore amato anche da lei Gregorini -, ‘Una santa del Texas’ e, come nel romanzo di White, anche io ho auspicato a erigere circolarmente a questi miei miti vite straordinarie di temperamento mistico, andando a rendere profonda una riflessione sulle eventualità e sui recinti che incontriamo quando si ama qualcuno che abbia avuto una vita pubblica”.

Santini: articoli religiosi, immagini devozionali che sono molto di più che semplici riproduzioni in carta… Ne è attratto?

Guardi, ero in giro per mercatini di libri coi miei amici Claudio Marrucci e Maria Concetta Borghese, finché tra le mani, rovistando, mi sono ritrovato un tomo dell’ottocento titolato ‘Santi di campagna’. Ne restai così affascinato che i miei amici me ne fecero dono. Inutile aggiungere che ne sono rimasto folgorato. Lei mi conosce bene, da anni, e sa della mia passione per le immagini iconografiche; in questo caso, nel volume di santi popolari, non solo vi erano forse ricordi di una infanzia bizzarra – io sono ebreo, non cattolico -, ma tutte le credenze e i riti scaramantici che se ne deducono, come dire: si rende viva la memoria di un tempo passato. Ecco, proprio partendo dal concetto di funzione mnemonica ho inteso rinnovare, col mio ‘Santi subito’, il culto di artisti, poeti, scrittori che ho amato, reiterandoli con un idioma moderno che ardirei definire ‘preghiera pop’, rendendoli critici e realistici allo stesso tempo. I miei sono santi di una società contemporanea, spesso distratta e volgare, a volte violenta, dove diritti negati e mancanza di sentimenti la fanno da padroni. Erano figure artistiche in qualche modo dissidenti, come dissidenti lo sono sempre i veri poeti; una opposizione, la loro, pagata a volte anche con la vita. Non a caso la mia intenzione era – e resta – pressare il lettore a riflettere sul martirio non soltanto come avvenimento clericale, ma anzitutto sociale. E proprio in virtù di questo mio sentire, l’editore – a cui il libro è piaciuto molto – ha inteso colorare graficamente i santi proposti affinché, se uno lo aspirasse, possa ritagliarli e pregarli come dei veritieri santini. Ovviamente avverto di rifornirsi di due copie del libro, una da tenere intonsa e l’altra per sottrarne le figure”.

E’ contento del risultato?

Tantissimo. Pensi che parecchi lettori ne sono incantanti e altri chiedono come mai non avessi ampliato l’elencazione di ulteriori ‘Giusti’. Ma è anche un libro che suggerisce: sa che il nostro amico scrittore Giorgio Gigliotti di cui, io e lei, il 5 luglio a Roma, Castel Sant’Angelo, presenteremo il nuovo libro, ‘Polvere di Allah’, estasiato da ‘Santi subito’ ha scritto un santino per me? Glielo leggo? E’ seducente; annota così: ‘O Santissima Antonio Veneziani, tu che hai sempre pensato di non essere e invece sei, proteggi le povere cretine che pensano di essere e invece non sono, chi mette la cravatta ma nel cervello ha lo smalto e le borsette, chi ha la puzza sotto il naso e non sente mai il profumo della vita. O Santissima, guida sul cammino le povere ragazze che imboccano sempre la strada sbagliata pensando che sia l’unica giusta, che inciampano con l’infradito pensando di passeggiare coi tacchi a spillo. O Tuttissima, Tu che dai, ogni volta che ti si chiede, come nessuno, tu che ti concedi a tutte, anche alle sconosciute e alle disperate, folgora e incenerisci quelle che alla domanda, scusa mi scriveresti una cosa, ti rispondono, non posso mi spiace mi è venuto il gomito della stronza, quelle a cui chiami cento volte e non ti rispondono e quando le incontri ti dicono, mi avevi chiamato, ma che strano non ho trovato nessun messaggio sul cellulare. O Altissima, ogni tanto facci una gridata da lassù riportandoci sulla Terra e ricordandoci quello che intimamente siamo tutti, “AH TRAVESTITAAAA SMANDRAPPATA”. Tu che ne hai passate di tutti i colori ricordaci che ci lamentiamo per un po’ di mal di testa con chi ha un tumore al cervello. Abbi pietà di quelle che sono solamente delle povere squinternate senza essere geniali e fatti carico dei peccati dei giusti. O Ubiquissima, che dicono di vederti allo stesso tempo a Lettere e Caffè, nelle librerie Borri della stazione, al Libraccio di via Nazionale, ad Acca Edizioni e al ristorante cinese di via Giolitti, tu che tutto sai, colpisci con un fulmine devastante la parrucca di chi dice di amarti e invece parla male di te ed esaudisci i desideri delle povere ingenue ragazzine che ti adorano veramente. E per ultimo ma non meno importante, fammi rinascere velina perché voglio pubblicare con Mondadori.  GRAZIE, A TE SEMPRE DEVOTI’. Non trova Gregorini che tutto ciò sia eccelso? Anche perché scopro che Gigliotti mi abbia descritto dettagliatamente”.

“Canzonette stradaiole”, un libro di versi che ha anticipato di qualche mese “Santi subito” e che lei ha dedicato a Gabriele Galloni.

Lo stavo scrivendo mentre ci si frequentava, poco prima della sua scomparsa improvvisa. A lui queste poesie piacevano e a mio parere vanno a suggellare quello che è stato il nostro rapporto. Lei sa come eravamo uniti e quanto lo amassi; lo amavo come un padre ama un proprio figlio e per me tale era. Ancora soffro della sua morte, di non averlo più vicino, di non poter dialogare con lui. Lei sa bene come i rapporti umani siano e restino misteriosi e nella stranezza del nostro legame affettivo ambedue eravamo catturali dalla cosiddetta ‘letteratura estrema’. Ambedue amavamo frequentare i carretti dei libri usati alla ricerca di testi introvabili. Spesso mi telefonava dichiarando di aver scovato questo o quell’altro testo e se lo conoscessi; alcune volte, come si risponde ad un proprio figlio, dicevo di no, che non conoscevo l’opera in questione. E lui tutto trionfante me ne donava copia. Ho amato le sue pubblicazioni, a volte ne ho fatto l’editing: le raccolte ‘In che luce cadranno’, ‘L’estate del mondo’ o i racconti brevi dell’ultimo ‘Sonno giapponese’ sono opere che andrebbero lette da chiunque. Sempre spensierato, baldanzoso, umile, di una intelligenza rara, attratto dalla morte e dalle storie disgregate dell’essere umano. Parecchi ne hanno pianto la scomparsa e, ad essere sinceri, in molti hanno eseguito su di lui il famoso pianto del coccodrillo, dato che potevano prenderlo più in considerazione quando era vivo. In ogni caso, la dedica a lui era dovuta. L’editrice Hacca lo ha letto, se ne è interessata e me ha proposto la licenza. Ne sono orgoglioso poiché, ribadisco, si tratta di un libro che in qualche maniera racconta di noi e ci vede uniti”.

Cosa sta scrivendo ora?

“Nulla di particolare. Inoltre, me lo lasci dire con franchezza, dopo aver letto il suo meraviglioso ‘KI. Segni dallo spirito’ penso proprio di smettere di scrivere (ride, n.d.i.). Gregorini, ma lei si rende conto dell’opera d’arte che ha composto? No, indubbiamente no. E dopo aver penetrato versi in cui l’anima si staglia filosoficamente nella complessità dell’universo, dopo che si è assaporati che un’altra realtà ci attende, una concretezza in cui l’amore dell’Energia Primaria ci accoglie colla bontà di una compiutezza incorporea e celeste, cos’altro potremmo scrivere? Sa, nei primi anni la sua poesia la capivo poco, in un certo senso mi infastidiva, probabilmente perché andava a toccare delle corde del cuore intime, tese e metalliche: lo so che le da fastidio, ma me lo lasci dire: lei è poeta genuino come di rado se ne trovano al mondo. Ha fascino, abbiamo fascino, e lo affermo anche per me (oramai ho l’età giusta per lasciarmi andare a rivelare verità senza subire compromessi). La seduzione è una sorta di dono: o la si ha, o niente, mica la puoi comprare. E noi ne siamo forniti, come fascino da vendere aveva anche Gabriele Galloni. Non trova sia così? Ma tornando a noi, alla scrittura: ho vari testi non finiti da ultimare; inizio vari progetti e come sempre ho difficoltà di portarli a termine. E’ la mia natura, che posso farci? E nello stesso modo in cui non rileggo mai le mie poesie, i miei libri, difficilmente torno sopra ad opere incompiute. Se ci saranno altri libri? Si vedrà”.

Come vive ora?

Male (anche qui scoppia in una grande risata, n.d.i.). Come ogni pensionato che vive con pochi spiccioli. Fortuna che ho amici sinceri che mi vogliono bene e mi aiutano; non so, mi affittano casa per poche centinaia di euro, mi invitano spesso fuori a pranzo o cena, mi fanno dei regali… è fatto noto: l’esistenza dei poeti come me è difficile, inutile negarlo. Ma non ho rimpianti. La vita l’ho vissuta per come intendevo viverla, magari in modo riprovevole agli occhi degli altri, ma è stata ed è la mia vita, che non permuterei per nulla al mondo con qualcosa di noioso o conforme alle stupide regole che la società ci impone. Del resto siamo ribelli, no? Non mi adatto e mai lo farò ad una violenza, ad una volgarità oramai imperanti, soprattutto nelle grandi città. Ecco perché, come lei, anch’io ho lasciato Roma (ma lei lo ha assimilato prime di me: si è allontanato dalla città più di vent’anni fa). Troppo consueta, aggressiva, insopportabile; ho vissuto la Roma degli anni Settanta, Ottanta, dove ogni occasione era un dono; l’ho fatta mia, una Roma in cui gli incroci formativi, collettivi, erano incontri saggi, pedagogici, dove noi poeti che abbiamo le antenne sugli accadimenti del mondo potevamo gridare un dissenso equanime, concreto. Vivo in un minuscolo paesino vicino Latina e ammetto che almeno lì, come nei piccoli borghi, la convivialità è tuttora autentica: vi si riscopre l’incanto delle relazioni, il senso del capire perché siamo in questo mondo, e non mi pare sia poca cosa. Ecco il motivo che mi fa considerare sia ‘Canzonette stradaiole’ sia ‘Santi subito’ due libri d’iniziazione e simultaneamente due opere di amore. Vorrei che i lettori se lo passassero di mano come un gesto affettivo, due libri di poesie come scambio di pensieri che permettano a chi ne è attratto di tornare alla voglia di un abbraccio comunitario, fraternamente sincero”.