IGGY POP. “Every Loser” è stimolante, perfetto, conciso, ispirato

A cura del Musicologo e Poeta Maurizio Gregorini

Il cantautore statunitense sa rendere individuale ogni sorta di canzone: le veste sì in modo inconsueto, ma si tratta di un metodo che alla fine risulta corrispondente, legittimo, veritiero. Presentando l’album si è definito con sfacciataggine, a spregio dei suoi settantacinque anni, “Il tizio a torso nudo che fa rock”, e svelando l’origine del titolo attribuito al disco filosofeggia: “Ogni perdente ha bisogno di un po’ di gioia

Il precedente “Free” del 2019, ha saputo dimostrare in che maniera Iggy Pop se ne fotta dei segni che lo scorrere del tempo imprime sia sul fisico come nella caratterialità: compiuto congiuntamente al trombettista jazz Leron Thomas e alla chitarrista Noveller, “Free”, coi suoi dieci pezzi che lo strutturano, ha rivelato l’immersione in una sonorità ambient, tra danzate belliche e suppliche irritabili. Incantevole, stimolato, svincolato dall’esigenza di avvalorare chissacché nel mondo del rock, Pop ha espresso in musica il suo inconveniente psicoaffetivo mai risolto, quel complesso dei disturbi del carattere e del comportamento meglio conosciute come “disadattamento familiare” e “sociale” (secondo le più moderne teorie psicogenetiche i disturbi della caratterialità sono da considerarsi come modalità patologiche di reazione a pesanti frustrazioni infantili. Possono presentarsi come turbe momentanee o strutturarsi come un’organizzazione patologica permanente della personalità): dimora proprio qui la sua bravura e abilità di apporre la sua voce anfrattuosa, iniqua, su tessiture sonore oscillanti, malefiche, ma fermamente seducenti (basti ascoltare la sua versione di “You want it darker” di Leonard Cohen apparsa nel tributo “Here it is” omaggio al cantautore canadese del 2022; sarà perché Cohen coi suoi libri di poesia, i suoi romanzi, le sue canzoni ha saputo esplorare temi come la religione, l’isolamento, la depressione e la sessualità, ripiegando spesso sull’enigma dell’individuo moderno che Iggy Pop ha reso magistrale la sua definizione del brano da noi riportato? E’ ragionevole prestarvi fede): Insomma, il “Free” del 2019 attestava in che modo – come era già capitato nei suoi album anteriori – il cantautore attore e produttore discografico statunitense (Iggy Pop è lo pseudonimo di James Newell Osterberg Jr, nato il 21 aprile del 1947 a Muskegon, nel Michigan. Già alle superiori milita in alcune band come batterista. Acquista notorietà facendo parte degli Iguanas come batterista tra il 1963 ed 1965 – da cui il suo soprannome ‘Iggy’ – dei The Prime Movers e successivamente come cantante degli Psychedelic Stooges – con i fratelli Ron e Scott Asheton rispettivamente chitarra e batteria, e Dave Alexander al basso -, in seguito solamente The Stooges, dopo lo scioglimento dei quali, nel 1974, ha intrapreso l’attività da solista. Le sue esibizioni sono apprese sin dai tempi degli Stooges per il loro violento impatto fisico; tuttavia, dopo una brutta caduta in un concerto, dove nessuno si aspettava che si sarebbe tuffato, ha dichiarò che non avrebbe più praticato lo stage diving, che era stato lui il primo ad introdurre nei concerti; nondimeno ha comunque continuato tale pratica durante le sue esibizioni) renda sempre “individuale” ogni sorta di canzone: le veste sì in modo inconsueto, ma si tratta di un metodo che alla fine risulta corrispondente, legittimo, veritiero. E a quattro anni da questa inconsueta concentrata ambiguità sonora, è giunto sul mercato “Every Loser”, diciannovesimo album in studio, pubblicato dalla Gold Tooth Records, la nuova etichetta fondata da Andrew Watt, produttore esecutivo multi-platino dell’album e vincitore di Grammy Award, in partnership con l’etichetta Atlantic. Presenta una band di supporto principale composta da Duff McKagan, Chad Smith e Josh Klinghoffer. Subito descritto come opera eccellente da ogni massima rivista (il New York Times afferma che l’iguana “è tornata ad un rock a tutto tondo, duro. Orgogliosamente sboccato e arrabbiato in modo convincente, Iggy Pop si scaglia in tutte le direzioni, pienamente consapevole della sua posizione”; Rolling Stones scrive come “Pop si faccia prendere da ‘un attacco di follia’ riaccendendo un po’ del suo fuoco proto-punk; ossia, segna un ritorno alle radici del padrino del punk” mentre Flood scrive che si tratta di “un rock’n’roll sfrenato. Ed è sempre una gioia riascoltare Iggy Pop in piena forma”. Tutte queste reazioni entusiaste sono state precedute dalla pubblicazione del primo singolo estratto, “Frenzy”), “Every Loser” si rifà alle radici primordiali dell’artista, pur mantenendo un punto di vista lirico e una tavolozza sonora innegabilmente moderni: “Sono il ragazzo senza camicia che spacca; Andrew e la Gold Tooth lo sanno bene, e insieme abbiamo fatto un album alla vecchia maniera”, ha affermato Pop in una recente dichiarazione, avvertendo che “I musicisti che vi hanno partecipato sono persone che conosco fin da quando erano bambini e la nostra musica vi farà impazzire”; presentando l’album Pop si è definito con sfacciataggine, a spregio dei suoi settantacinque anni, “Il tizio a torso nudo che fa rock”, e svelando l’origine del titolo attribuito al disco filosofeggia: “Ogni perdente ha bisogno di un po’ di gioia” (non a caso questa incisione è affine a “Post Pop Depression” del 2016, che  si diceva dovesse segnarne il ritiro dalle scene). Le undici tracce di “Every Loser” rendono l’incisione l’esemplare schietto di rock’n’roll primordiale, una master class nell’arte di scatenarsi con un’intensità ineguagliabile e un’arguzia imperturbabile. Affiancato da una schiera di icone del rock moderno come collaboratori, il disco (in versione CD ma disponibile anche in edizione limitata in vinile sia nero che color vinaccio) pone l’incisiva aggressività di Iggy verso le nemesi fisiche ed esistenziali (ancora una volta Pop si scaglia senza paura contro la vita stessa). Ad appoggiarlo nell’impresa sono stati alcuni esponenti del gotha “alternativo” statunitense, tra cui il produttore Watt (chitarra e backing vocals), Duff McKagan (basso) e Chad Smith (batteria) più Stone Gossard dei Pearl Jam e tre quarti dei Jane’s Addiction (na solida base fornita dai membri di Blink 182), oltre allo scomparso Taylor Hawkins, batterista dei Foo Fighters, che – ironia della sorte – nel 2013 aveva vestito i suoi panni nel film CBGB, mentre l’immagine di copertina è firmata da Raymond Pettibon, illustratore affermato nel medesimo ambito.

Coll’accento scintillante, rauco dall’usura ma presentemente inumano, Pop lascia sia “Frenzy” ad aprire l’album, una schitarrata alla Stooges genere “Search and Destroy” a cui si mischia una ostenta aggressività carica di testosterone: “Ho un cazzo e due palle, cioè più di voi tutti, la mia mente andrebbe in tilt se patissi le punzecchiature”, recita senza troppe circonlocuzioni l’incipit. Si dica lo stesso di “Modern Day Rip Off” o di “Comments” (“Sono un neo punk modello Gucci, bello e sexy”) per la prima; “Liquida le tue azioni di Zuckerberg e scappa”, per la seconda), mentre “Morning Show” si sfoggia quale ballata introspettiva; in “Strung Out Johnny” l’artista  torna al topos della tossicodipendenza: “La prima volta ti fai con un amico, la seconda su un letto, dalla terza non ti basta mai, poi la tua vita s’incasina”; nell’autobiografica “New Atlantis”, encomio consacrato a Miami, dall’endocarpo apocalittico (“La Terra è pronta a esplodere in un olocausto di vuoto imperiale”), sua dimora dal 1995, fa sapere che “Da qualche parte a sud dell’Alabama e a nord di Cuba sta una bella puttana di città, accetta ogni donazione e attrae un flusso infinito di estimatori, spacciatori e assassini colombiani, truffatori americani e teppisti slavi”; se “Fanculo il Regime” è il motto che sconquassa “The Regency”, nel robusto rock di “All the Way Down” l’implorazione lascia spazio a suggestioni catastrofiche: “Entrano pipistrelli dalla finestra, cammelli passano attraverso gli aghi, serpenti salgono dalle scale, strani gas al posto del respiro, schiuma, gomma, seni di Hollywood, vita che sa di morte”. Che dire? Un disco stimolante, perfetto, tanto conciso quanto ispirato (Pop viene considerato una figura chiave dello sviluppo futuro di generi musicali come hard rock, noise, heavy metal, punk rock. Nel 2021 duetta con i Måneskin collaborando ad una versione speciale del singolo “I Wanna Be Your Slave”, pubblicato il 6 agosto 2021), che continua a mostrare una smisurata qualità compositiva. Andrà in tournée, dalla primavera oltreoceano e con l’estate in Europa, accompagnato dai Losers, ossia Duff McKagan (Guns N’ Roses), Chad Smith (Red Hot Chili Peppers), Josh Klinghoffer (ex di quel gruppo) e Andrew Watt, formazione appena rodata in anteprima televisiva nello show di Jimmy Kimmel.