Il teatro di Gianluca Paradiso. Dove i muri cadono, la bellezza unisce, il coraggio cambia le prospettive

DOMENICA PRENDE IL VIA IL TOUR DAL TEATRO DELLE ORTICHE DI VIGODARZERE 

di Maurizio Gregorini

Parte domenica dal Teatro delle Ortiche (via Galleria Venezia 12, Vigodarzere PD, ospite nel mese dedicato al tema “Uomo e Società”. Tre le repliche: ore 16.00, 19.00 e 21.00) la nuova tournée di Gianluca Paradiso, tour che proseguirà in varie parti d’Italia per poi approdare a Roma mercoledì 6 Luglio, ospite della Rassegna Estiva “Re(S)print” del Teatro Elettra (Via Capo D’Africa, spettacolo ore 21.00). Il tour terminerà a fine novembre e saranno quattro gli spettacoli che Paradiso (ha studiato tra 2018 e il 2020 all’Accademia Opera Entertainment “Gabbris Ferrari”, e nel 2018 ha conseguito un Corso di Dizione con Eros Papadakis) offrirà al pubblico (queste le altre date: sabato 14 Maggio al Teatro San Marco, Contrada S. Francesco Vicenza, ore 21.00; sabato 28 Maggio al Teatro Sala del Sacro Cuore, via Bengasi 23, Santeramo in Colle, BA, ore 20.00; mercoledì 23 e giovedì 24 Novembre ospite della Rassegna “Portiamo il Teatro a casa tua” di Mariagrazia Innecco – Piazza della Repubblica, Milano). 

Dei due monologhi e degli altri due spettacoli in gruppo ci soffermiamo su “Invisibili”, già presentato nella capitale lo scorso anno e che ha riscosso un ampio successo di critica e pubblico, soliloquio in cui un paziente si racconta seguendo un percorso parallelo con il suo interlocutore. Il racconto è un confronto, e la comparazione è una cura. Tutto sembra seguire la normale prassi finché la seduta prende una svolta inaspettata, col risultato che l’assolo drammatico è un dramma sul D.O.C. (disturbo ossessivo compulsivo) e sulla incomunicabilità che separa e unisce le persone, un tema tra l’altro d’attualità dopo i due anni trascorsi in pandemia. Non tutti sanno cosa sia il D.O.C.: è un disturbo mentale; si tratta di ossessioni, o compulsioni, che divengono pensieri difficili da eliminare dalla mente, nemmeno con la volontà. Possono essere preoccupazioni, idee, immagini o impulsi a fare qualcosa. Avere un’ossessione di solito provoca ansia e disagio. Se ne deduce che la compulsione è un forte impulso a fare qualcosa in continuazione, malgrado non si desideri farlo o non lo si ritenga necessario, un comportamento che spesso implica il compiere determinate azioni per alleviare l’ansia di un’ossessione. Per esempio, se si è ossessionati dai germi si può presentare la compulsione di lavarsi le mani molte volte al giorno, anche se non sono sporche. La maggior parte delle ossessioni e delle compulsioni sono correlate a preoccupazioni riguardo a danni o rischi, come quelli derivanti da sporcizia, malattie, incendi o furti. Ogni giorno, i soggetti con D.O.C. possono trascorrere ore pensando alle proprie ossessioni e attuando le proprie compulsioni, cosa che comporta problemi nella loro vita quotidiana. Alcuni dei soggetti si rendono conto che le loro preoccupazioni sono immotivate, ma altri ritengono che siano fondate. Per portare questo tema a teatro, Paradiso ha visitato spesso un centro dove i pazienti sono seguiti, intrattenendosi con loro per afferrare come vivono la loro patologia. 

Paradiso, cosa l’ha spinta a trattare un tema arduo, tale da realizzarne un monologo?  

«Ero conquistato dal fatto che si tratta di una tematica poco approfondita e appresa, anche in ambito teatrale. Il monologo in sé gioca col fatto di far rispecchiare il pubblico in quel che dico e faccio, un impegno recitativo che credo riguardi ognuno di noi, dato che, probabilmente, ogni persona -senza rendersene conto- ha nella sua caratterialità delle ossessioni quotidiane. Ovvio che non si tratta di veri disturbi compulsivi, soprattutto per la motivazione che vi è un livello di allerta in cui un individuo può constatare se soffra o no di una patologia del genere. Amo circoscrivere questo monologo di un’ora a testo intimo, poiché è il resoconto di un paziente che si mostra nella sua fragilità, si mette a nudo innanzi a un pubblico. Prima di scrivere sull’argomento concretizzandone uno spettacolo, mi sono informato per bene dato che avevo sentito parlare della D.O.C senza avere appreso però granché del disturbo. Così ho iniziato a frequentare una struttura e anche se restava difficile poter interloquire con i pazienti (per loro dare fiducia a degli sconosciuti è impresa faticosa), quel che mi andavano raccontando erano contesti agevoli da assimilare. Cos’è in fin dei conti un attore? E’ un ricercatore, è colui a cui spetta il compito di comunicare e di studiare una questione distinta, e il bello di questo lavoro è che un attore ha l’opportunità di scoprire tematiche interessanti, dispute nuove se si tratta di andare a percuotere un livello emozionale, come dire che ci si avvicina meglio alle problematiche dei pazienti coinvolti, arrivando a comprenderle meglio dato che di norma si tratta di condizioni che in altri contesti non considereremmo affatto».

Lei usa portare le sue recite anche in casa della gente…

«Si tratta di una formula sconosciuta ai più prima dell’avvento del Covid; alcuni attori già la utilizzavano, ma con la pandemia si è potuto usare questa scappatoia per continuare a svolgere il proprio impegno teatrale. Serve a far intendere il teatro a più persone, magari a quelle che solitamente non frequentano le sale. La trovo una formula vincente; in alcuni casi portare, mettere in scena uno spettacolo in teatro è sempre una sperimentazione incantevole, ma affascinante lo è anche recitare in un cointesto familiare in cui le persone, non essendo molte, restano attente e partecipative; non a caso si ha l’eventualità di intrattenersi con loro in un raffronto che a teatro resta disagevole se poi il sipario si chiude. In casa le persone prendono coraggio e fanno domande, chiedono il perché di alcune scelte, insomma sono trascinati passionalmente in qualcosa che ha toccato il loro cuore. Se in teatro vi è per forza di cose una certa distanza tra attore e pubblico, nelle rappresentazioni in casa questo spazio viene interamente annullato». 

Il tour riparte dal Teatro dell’Ortiche con ben tre repliche in un solo giorno
«Per me significa una ripresa generale, segno l’arte dopo la pandemia sta tornando a vivere nuova vita. Come avrà inteso i miei spettacoli sono sempre volti ad un ‘teatro civile’, trattano cioè di situazioni attuali, coll’obbiettivo di far riflettere il pubblico su tematiche determinate. Non a caso lo spettacolo che tuttora mi avvince è ‘Invisibili’; mi capita sovente che ogniqualvolta io lo porti in scena mi fa avvicinare sempre più, razionalmente, alle persone che soffrono di disturbi ossessivi, facendomi includere tasselli viscerali recenti e non provati in precedenza. Recupero ‘Invisibili’ nel Teatro dell’Ortiche perché ha attratto molto, e lo faccio in uno spazio in cui si crede nei muri che cadono, nella bellezza che unisce, nel coraggio che cambia la prospettiva con cui si guarda il mondo. La compagnia che lo gestisce è attenta ai nuovi autori, per la ragione che ha in mente un teatro urticante, fatto di scomoda sincerità, un teatro che sa sconvolgere per andare dritto al cuore. Si tratta di lavori in cui si tratta l’incomunicabilità, sia di individuo sia di società, anzitutto di conflitti umani. Cioè, scavano con onestà nelle contraddizioni dei nostri tempi, esplorando temi in cui tutti possono riconoscersi, in cui nessuno può sentirsi solo. Uno spazio che mi ha incoraggiato nella creazione di questo mio spettacolo, e di questo sono e resto a loro grato. Roma? Ci torno a luglio e spero che il pubblico accolga ‘Invisibili’ nello stesso modo con cui mi ha dato accoglienza la volta scorsa: con calore a amore. E’ noto come il pubblico romano sia affabile, e tornare in una città considerata patri dell’arte è per me evento impagabile».