INTERVISTA ESCLUSIVA / VESSICCHIO: Sanremo? Una delizia. Ma c’è il rovescio della medaglia

Antonio Ventura Coburgo de Gnon

«Il Festival di Sanremo? Per me è sempre stata delizia, ma ogni moneta ha il suo rovescio. Quest’anno i solisti scaligeri hanno eseguito una mia composizione da camera. Poiché era un fuori programma è stato annunciato a voce e hanno fatto anche riferimento alla mia presenza in sala. L’applauso è stato davvero tiepido se non freddo. Tradotto: che ci fa uno come lui alla Scala e per di più nella stagione cameristica? Si sa che i frequentatori di tale genere sono tra i più esigenti. Fortuna ha voluto che l’applauso alla fine dell’esecuzione sia stato così caldo e lungo da costringere i musicisti a chiedermi di condividerlo invitandomi sul palco»: Beppe Vessicchio, il “maestro d’orchestra” più amato dal pubblico italiano si racconta. Ancora una volta senza remore. 

Se fosse in suo potere cosa cambierebbe nel festival?

Darei più spazio ai giovani nella loro Sezione ma non programmando la loro selezione a dicembre per poi mandarne all’Ariston solo quattro. I ragazzi meritano quella vetrina proprio nella settimana fatidica. Purtroppo la Rai teme che la perdita di ascolti a causa di volti e voci sconosciute sia troppo rischiosa per una trasmissione che gareggia, su questi termini, con se stessa in maniera feroce. Troppi interessi in gioco.

Si sente, ora come ora, più personaggio o musicista?

Io mi sento musicista, per l’esattezza un uomo che si occupa di musica nella accezione più più ampia possibile. È chiaro che la popolarità che offre il piccolo schermo di solito tende a maggiorare la reale mansione che si svolge e ci si ritrova ad essere, come dice lei, “personaggio” ma le dico con estrema sincerità che non rinuncerei ad un solo millimetro degli spazi conquistati frequentando il pianeta musica per i lusinghieri vantaggi elargiti dalla visibilità.

Dove e quando ha iniziato ad essere il maestro che tutti conosciamo?

Compongo, arrangio dagli anni Settanta. Dopo più di una decina d’anni di discografia e qualche conduzione d’orchestra in programmi televisivi è arrivata la prima partecipazione al Festival di Saremo che nel ‘90 reintroduceva l’orchestra dal vivo in palcoscenico. Ebbi così la fortuna di iniziare la personale collezione di numerose presenze alla manifestazione proprio quell’anno, accompagnando Mia Martini e Mango. Miglior battesimo non potevo sperare. Su per giù da quel periodo parte anche l’immagine di quel che facevo.

Compositore, direttore d’orchestra, arrangiatore, quale veste le calza meglio?

Quella di compositore, per più ragioni. In effetti “arrangiare” significa completare armonicamente e strumentare un “cantus firmus” anche attraverso la creazione di ulteriori voci di polifonia… niente di diverso dallo sviluppare un “partimento”, strumento didattico per l’alta composizione e vanto della scuola napoletana del 700. Nel mondo della canzone mi sono ritrovato a firmare poche composizioni. “Ti lascio una canzone” (Vanoni-Paoli), “Coppi” (G.Paoli), “Sogno” (A.Bocelli), La notte vola” (L.Cuccarini) e “Margherita” (G. Pistocchi), brano che per anni ha aperto il programma “La prova del cuoco” condotto da Antonella Clerici. Sono composizioni che ancora mi capita di ascoltare in giro o nelle radio a distanza di decine d’anni dalla loro nascita.

Chi tra gli artisti che lei ha diretto è quello rimasto nel cuore?

È dura fare classifiche di questo tipo… A Gino Paoli devo moltissimo. Affiancandolo nelle composizioni ho appreso più di quanto una accademia sulla canzone possa offrire. Un’altra traccia indelebile è Mimì ma anche Roberto Vecchioni che con “Chiamami ancora amore” sbaraglió il televoto a dispetto dei favoriti provenienti dai talent e dalle radio. Fiorella Mannoia, Ron, Mario Biondi, Francesco Sarcina sono cari amici… non occorre che si collabori insieme… ci sentiamo di tanto in tanto per sapere come va, come stanno le famiglie e per organizzare una andata in pizzeria.

Non le chiedo chi lo ha deluso, perché so che non lo direbbe, ma senza fare il nome potrebbe spiegarne le motivazioni?

Più di uno. Ci sono artisti che trovano riscontro e guadagnano una iniziale attenzione grazie alla loro originalità e poi magari ripiegano banalmente sullo stesso modello nel tentativo di bissare quel risultato. Questo aggiunge alla proposta un secondo fine che annacqua tutto. La sincerità è un elemento che tutti istintivamente percepiamo e che alla fine premiamo. Lucio Dalla non si è mai ripetuto, idem Battisti. Mi piace pensare che fossero alla eterna ricerca del proprio stupore. Come può mai sorprenderti una storia già vissuta? Erano critici ed esigenti con loro stessi, pena il silenzio piuttosto che ripetersi.

Si dice che la canzone italiana si sia evoluta, per me in peggio, e la sua opinione?

L’aggettivo “italiana” diventa il punto chiave della questione. Sono anni che rincorriamo modelli anglofoni perdendo inevitabilmente quella identità che ci ha consentito di partecipare con ampio diritto e merito al mercato internazionale. Anche per me siamo peggiorati. Salvo eccezioni, è da quasi trent’anni, per esempio, che Sanremo non ci riesce a darci con la frequenza di un tempo dei brani che si rivelino degli “evergreen”. Sei mesi dopo, se proprio va bene, finisce tutto nel dimenticatoio.

Ho visto che è stato diverse volte giudice, se così si può dire, ad Amici. Non trova che nelle ultime edizioni siano scomparsi gli interpreti e che i ragazzi che partecipano siano tutti uguali?

È vero, il cantautore che si auto produce è sopravanzato notevolmente rispetto alla figura dell’interprete e persiste anche una notevole omologazione. Molti dei ragazzi che creano composizioni nella loro cameretta grazie ad un computer e plugin specifici sono collegati al resto del mondo artistico solo tramite rete. Le informazioni che ricevono da internet sono dominate da strategie di mercato piuttosto che da “influencer” di solito più isolati di loro, portandoli a produrre “il mio inedito” (frase ricorrente) su modelli tribali, molto facilmente realizzabili e ancor di più condivisibili perché alla portata del vicino di pianerottolo, quel vicino che un tempo non avrebbe mai pensato di essere in grado anche lui di comporre, incidere e pubblicare su piattaforma digitale una canzone. Adesso invece sa di poterlo fare. Lei capisce che questo sta generando molta confusione. Perché andare ad imparare musica se posso farla fin da ora e rischiare anche di aver successo? Si è ingenerato un fenomeno dove il confine tra l’arte dei suoni e l’interesse del sistema comunicativo alla ricerca di clienti non è per niente netto, o almeno, dove io mi confondo. Forse sono semplicemente così vecchio da non riuscire a decifrare la questione.

Non crede che l’interprete sia essenziale per dare vita e corpo al testo?

Beh, l’interpretazione vocale è un’arte antichissima. Dovrebbe essere così anche se alcuni cantautori restano insuperabili nel proprio repertorio. Le interpreti come Mimì, come Ornella (Vanoni) o Mina si sono misurate luna con l’altra anche cantando le stesse canzoni sapendo che la sola interpretazione sarebbe stato l’elemento distintivo nel campo del confronto.

Perché ci sono canzoni che rimangono nel tempo e che sono dei veri capolavori? Ne cito una per tutte: “La voce del silenzio”.

Lei sta citando un brano “recuperato” scavando nella memoria collettiva e che io spesso utilizzo per segnalare agli allievi che una composizione veramente valida e “compiuta” è come un seme che mantiene eternamente le sue proprietà germinative. Porto anche gli esempi storici di Bach e Vivaldi. Dopo i fasti del loro tempo furono totalmente dimenticati, per poi essere riscoperti e fortemente rivalutati. È ovvio che il 97% della musica che viene prodotta serve ad essere consumata subito… ultimamente questo “fast-sound” impazza! Obsolescenza altrettanto fast come la scadenza di una ricotta.

Meglio ancora, possibile che non si compongano più canzoni che per melodia facciano commuovere e che fanno venire i brividi ascoltandole?

Il “ballabile” è un’esca promossa molto dalle radio, radio che dominano la diffusione, la promozione e la conseguente vendita di musica. La ricerca di una architettura ritmica con lo scopo di indurre il corpo ad una partecipazione fisica riduce notevolmente gli spazi di cui una melodia deve godere per tentare una propria comunicazione emotiva. Parole tronche, frasi brevi e ciclicità esasperata non lasciano molto scampo… ci vorrebbe qualcuno veramente bravo. In questo momento mi accorgo che un recupero del “ballo della mattonella” potrebbe risolvere più problemi: la ricerca di parole che sostenute da una melodia suscitino emozioni coerenti con l’incontro fisico nella danza, cosa che anche la pandemia ha messo all’angolo.

Dove sono finiti i vari Battisti, i vari Mogol, i Martelli, e via elencando?

Siamo in un momento delicato, nel bel mezzo di un cambio epocale. Già alcune delle parole che utilizziamo appartengono ad un passato che cerca affannosamente, forse tragicamente, un legame con quello che sta accadendo. Le pongo io due domande: che senso ha parlare di “casa discografica” quando non esiste più il disco? Adesso non c’è neanche più il CD che ne ricordava la forma. È come entrare in un luogo con l’insegna “pizzeria” per poi non trovare nei suoi menù nemmeno una pizza. Vale più un attuale disco d’oro o dieci milioni di visualizzazioni su un social? I reduci che ancora operano in queste ancore dette “case discografiche”, oggi come oggi, non hanno più una linea editoriale alla quale riferirsi e quindi non sanno come scegliere ciò che andrebbe prodotto. Piuttosto che assumersi il rischio di investire su una propria libera scelta vanno a pesca di artisti nei Talent in voga oppure scritturano “youtuber” con le visualizzazioni più numerose, senza però fare i conti che dovranno poi gestire personalità e materiali a loro lontani per poi lavorarli senza le competenze adeguate. Mi sa che è obsoleto tutto l’apparato operativo e non solo quel reparto che un tempo ci serviva gli LP fino al negozietto sotto casa. Confermo… siamo in un momento delicato.

Cosa prevede nell’ambito della musica italiana in un prossimo futuro?

Davvero non lo so. Da qualche parte sarà scritto ma non sono riuscito ad apprenderlo… impreparato!

La musica leggera italiana era conosciuta all’estero con la canzone napoletana. Scomparsa nel nostro attuale, secondo lei quali sono le motivazioni?

Le stesse che riguardano la canzone italiana aggravate dal fatto che Napoli oggi è un capoluogo di provincia mentre negli anni del fulgore era la capitale di un regno. Se da un certo punto di vista fu una vera fortuna l’entrare a far parte politicamente ed economicamente nei progetti di una nazione grande come l’Italia dall’altra determinò l’inizio di una inarrestabile perdita di una autonomia culturale e commerciale. Nei secoli d’oro della canzone napoletana il rapporto tra colto e popolare era continuo e vivificante. Illustri docenti di uno dei conservatori più antichi e rinomati del mondo classico, intitolato a Pietro da Morrone ossia Celestino V, firmavano canzoni popolari che facevano il giro del mondo così come accadeva per opera di ciabattini o altri dilettanti appassionati di questa forma musicale di composizione. L’uno si ritrovava ad essere di stimolo all’altro per il raggiungimento sempre più elevato di una espressione profonda e coinvolgente. Questo rapporto tra gli opposti si è sbilanciato… come in altre funzioni sociali e culturali che ci riguardano. I professionisti con formazione colta al servizio della musica leggera, sull’intero territorio italiano, sono sempre meno. Negli anni Settanta costituivano il 75% del capitale umano impiegato in questo settore. Attualmente non sono superiori al 20%.

La rivedremo a Sanremo nella prossima edizione?

Siamo legati a chi parteciperà. Fino a quando il direttore artistico non annuncerà i partecipanti non lo sappiamo. Qualcuno che opera già nella produzione musicale di un artista fortemente richiesto dal festival e che è già in trattative avanzate potrebbe già sapere se lui parteciperà. Io non lo so. Almeno ad oggi.

Chi avrebbe voluto dirigere, e non le è stato ancora possibile?

Mina, perché non l’ho mai conosciuta e perché mi stupisce ogni volta che mette il naso fuori…

Quanto la musica americana ha influenzato le nuove leve?

Troppo.

Che ne pensa della intrusione del look e delle performance nella musica?

Ci sta. La musica è da sempre sorella di altre espressioni artistiche quali la danza e l’azione teatrale con tanto di scenografie, costumi. Adoro il modo in cui Renato Zero ha interpretato tutto questo. Sagace, provocatorio, originale, mai banale. Resta però fermo che la musica eseguita debba avere il suo valore autonomo.

Le grandi di una volta non ci sono più. Chi potrebbe sostituire Mina, Vanoni, Milva, Patty Pravo?

Si cresce con quello che si ascolta. Nell’era fulgida di Giorgia mi capitava di provinare tantissime voci che si misuravano con quel modello. Idem per Elisa oppure Irene Grandi. Dobbiamo sperare in altre super voci con super personalità e vere canzoni capaci di vincere i venti contrari soffiati dai mercati dell’ovvio e stagliarsi lì, in alto, ad ispirare anche chi è in basso stimolandolo ad evolvere verso una dimensione di maggiore spessore creativo.