Klaus Schulze: l’ultimo tragitto interstellare 

Esce postumo “Deus Arrakis”, dimensione ideale del profilo di un’anima

IL POETA E MUSICOLOGO MAURIZIO GREGORINI IN ESCLUSIVA PER IL MEDITERRANEO 

Poche settimane fa, sempre su queste pagine, ne abbiamo commentato la morte. Ora l’etichetta SPV Entertainment ha distribuito “Deus Arrakis”, il primo album postumo di Klaus Schulze, pioniere della musica elettronica tedesca, membro fondatore dei Tangerine Dream.  Solo poche settimane prima della morte aveva pubblicato “Osiris Pt#1”, estratto dall’album (edito in CD e triplo elleppì), ispirato al romanzo di Frank Herbert a cui Schulze aveva dedicato nel 1979 l’album “Dune”. Definito unanimemente «musicista cosmico» per sovranità, inizia a realizzare le proprie idee musicali forte del suo bagaglio di musica classica, Bach e Wagner in primis, senza tralasciare le attenzioni verso i contemporanei quali Stockhausen, Ligeri e gli ipertoni. “Deus Arrakis” ricopre il ruolo di “prosieguo spirituale” del “Dune” già citato: qualche giorno prima di morire, aveva dichiarato che all’epoca della composizione di quel disco (“Dune”, appunto), era entusiasta dei libri di Frank Herbert, salvo poi alienarsene in conseguenza dello sconforto per l’adattamento cinematografico dell’opera herbertiana, curato da David Lynch nel 1984 (per chi non ne fosse a conoscenza, si sappia che ‘Arrakis’, appreso anche come Dune, è il pianeta che fa da ambientazione principale del ciclo fantascientifico dello scrittore Frank Herbert. ‘Arrakis’ è il terzo pianeta della stella Canopo, inizialmente desertico per la quasi totalità della sua superficie. La città di Arrakeen è la sede del governo planetario e prima colonia fondata sul pianeta. Nella città di Carthag si trova lo spazioporto del pianeta. La maggior parte delle vicende del ciclo si svolgono in questo mondo, dall’ecologia peculiare e dettagliatamente tratteggiata dall’autore). Ma dopo aver saputo dell’uscita di una nuova disposizione per il grande schermo su regia di Denis Villeneuve, Schulze ha riscoperto il suo coinvolgimento per gli eventi della casata Atreides e dei Fremen, rivedendone l’intera opera, senza trascurare di guardare nuovamente il bistrattato ‘Dune’ di Lynch. Così, agendo coll’amico Hans Zimmer a un certo archetipo per la composizione di una colonna sonora per il nuovo “Dune” (“Part One di Villeneuve”, del 2021. Remake del film premiato con l’Oscar) Schulze si è ritrovato con un intero album di inediti – indubbiamente distolto dalla colonna sonora poi firmata da Zimmer – ossia “Deus Arrakis”, che ha visto la collaborazione di Tom Dams

Costantemente devoto al suo modo caratteristico di plasmare musica, pur indugiando al nuovo, all’innovativo e all’empirico (per oltre cinque decenni Schulze ha foggiato i suoi suoni estesi e le sue mitizzate sequele creando di fatto il primigenio ‘ambiente Schulze’), grazie al remake, la piressia desertica è un’altra volta esplosa dentro di lui: «Necessitavo tuttora di quella ‘Spezia’; di lì mi sono sentito interamente emancipato e unicamente ho suonato e suonato», spiega il compositore in una delle sue ultime interviste, proseguendo come «Alla fine di quel secondo itinerario confidenziale in ‘Dune’ ho capito: ‘Deus Arrakis’ è divenuto una dissimile accoglienza a Frank Herbert e a quel grande dono della vita in generale». E sembra che proprio al ‘grande dono della vita’ quest’opera sia davvero dedicata: si può dire che Schulze è ‘cosmico per eccellenza’ fin dalla sua nascita e che le sue vaste produzioni abbiano vegetato in lui per l’intera esistenza, poiché con un impegno compositivo che non ha mai appreso interruzioni, egli ha forgiato l’esperimento temerario e conseguito di definire l’universo. Possiamo dunque rivelare senza remore che abbia, fin dagli esordi, continuato a lavorare a una sola opera, frutto di una cura incessante e lunghissima, e che trova in “Deus Arrakis” la sua deificazione, anzitutto perché non è scarsegiata in lui l’ambizione di rigettare strutture e norme vigorose di una elettronica semplice e apparente in uso agli inizi dei Settanta (lo testimoniano gli oltre sessanta album editi, da “Irrlicht” a “Mirage”, da “Farscape” a “Kontinuum”, o le colonne sonore e le collaborazioni con artisti come Arthur Brown, Michael Shrieve, Rainer Bloss, Lisa Gerrard, voce ancestrale dei Dead Can Dance, che con Schulze è andata in tour in Europa, pubblicando dischi significatici, quali il relativo al loro ultimo concerto, “Big In Japan: Live in Tokyo 2010”), o ancora lo confermano l’ennesimo omaggio wagneriano, “Das Wagner Desaster”, nonché l’opera lirica “Totentag”. 

Precursore dell’elettronica anni Settanta, nato a Berlino il 4 agosto 1947, Schulze ha contribuito a rivoluzionare l’elettronica e a imporre il krautrock (la cosiddetta scuola berlinese), anticipando ambient, new age, space rock. «Il suo impegno nella musica – ha affermato Zimmer – è in perfetto equilibrio tra anima e tecnologia. Possiamo definirlo uno dei principali compositori che ha influenzato colleghi con una coscienza profonda di umanità e mistero”. 

Al pari di una sorta di lascito incorporeo, “Deus Arrakis” (come del resto l’intera sua produzione. Non a caso possiamo circoscrivere Schulze quale barocco architetto del suono per la capacità di erigere nel caos universale sfolgoranti illusioni, intrecciando fiabe e sortilegi in eterne silenziosità: ecco perché le sue mescolanze appariscono come compiangi di spettri che vagano nell’etere, contagiando all’ascoltatore presagi di sventure cosmiche. Potremmo anche osare asserire che la sua arte dei suoni è l’eccellenza del mondo immateriale da cui proveniamo e a cui ritorneremo) non deve essere ‘ascoltato’, ma ‘inteso’, poiché non esiste una esplicitazione critica, inclusiva, che possa spiegare in chiave simbolica tale ultimazione di bellezza dell’anima intangibile, qui gettata in mezzo alla tempesta di suoni, architetture, visioni; colata anche nel cuore e nello spirito fattosi carne, poiché la sua ‘denuncia di rivolta musicale’ risiede nel semplice fatto di essere e di esistere su questa terra, abbandonandosi al flusso incontrollato di note celestiali. Pressappoco misticheggiante, “Deus Arrakis” è fede sublimata della prosecuzione dell’anima in altri luoghi e pianeti; è sentiero pubblico di un test tangibile che autorizza il ricongiungimento con l’ordine dell’universo, una di quelle ‘rarissime opere musicali’ dove la tenace indagine di splendore tocca coscienza e mente, l’analisi di una connessione possibile con mondi lontanissimi: non esistono canoni che ci indichino quale siano le esecuzioni sintomatiche nel mondo bizzarro della musica, ma nel caso un giorno questo ‘canone’ dovesse essere stilato, senza dubbio “Deus Arrakis” conquisterebbe il podio dei primi primissimi posti.