«La cultura riparta dalla canzone. Traduciamo Dalla e De André. Il mondo li aspetta» 

A tu per tu con Renzo Arbore

«La canzone oggi sarebbe un formidabile strumento per far conoscere la nostra cultura nel mondo. Ma la dobbiamo aiutare. Tradurre non solo i grandi testi napoletani, ma quelli di Lucio Dalla, Fabrizio De André, Francesco De Gregori. E portarli all’estero come faccio io con la canzone d’autore partenopea» ragiona Arbore che vede inquietante questo nuovo obiettivo l’allargamento delle sue vedute di cultore del suono. Bisognerebbe ascoltarlo. Non fosse altro che per il ricco e “antico” bagaglio culturale che si trascina dietro fin dai tempi della guerra. 

«Verissimo: ho esordito come artista nei rifugi antiaerei – va con la memoria adesso che la cronaca lo costringe al fermo sonoro – cantavo le canzoni friulane che m’insegnava tata Emanuela. Un giorno, all’uscita, vedemmo una casa crollata e i morti schiacciati… La mia generazione è abituata al pensiero positivo perché ha conosciuto la guerra, la fame, la morte. I nazisti portarono via anche mio padre, credevamo di averlo perso».

Ricordi amari come il fiele, che raddolciscono se il pensiero va al periodo partenopeo.

«Adoravo la città, ma faticavo assai. Non ero napoletano. Ed ero perfino innamorato di una donna sposata. Per fortuna conobbi Luciano (De Crescenzo ndr) un galantuomo napoletano d’altri tempi. E inventore di scherzi. A Capri portavamo le ragazze a fare il bagno a Cala del Rio: lì c’è la statuetta della Madonna. Dopo un po’, fatalmente, la ragazza diceva: “Guarda com’è bella quella Madonna scolpita nella roccia!”. Istruiti da Luciano, fingevamo di non vederla: “Quale Madonna? Non c’è nessuna Madonna”. “Ma come, non la vedete?”. “Ma no, assolutamente no!”. Finché la vittima si levava in piedi e annunciava: “Io vedo la Madonna! Sto vedendo la Madonna”».

Poi arrivarono i tempi di Mariangela Melato. 

«È stato il grande errore della mia vita… Eduardo, che ci ospitava ogni sera alla sua tavola nei locali del teatro Eliseo, quando in tempo di austerity i ristoranti chiudevano presto, la corteggiava perché facesse Filumena Marturano, ma lei non se la sentiva di impersonare una napoletana». Poi sappiamo tutti la storia com’è andata. Peccato solo che il più grande commediografo del Novecento non abbia avuto l’opportunità di vederla in scena. 

Per lei, e solo per celebrare il suo ricordo, Renzo tornerebbe in televisione anche domattina. Di nuovo da protagonista assoluto in una televisione che non lo rappresenta più. Ma questa è tutta un’altra storia.