LA RECENSIONE. Foreverandevernomore di BRIAN ENO: il Requiem di un’umanità votata allo sfruttamento 

Sono dieci tracce di chiara riflessione sul tema dell’ambiente e sugli accadimenti climatici. Una nuova “Pastorale”? Si tratta di un disco compiuto da pensieri difficili da narrare, ma è anche il “Requiem” di una umanità che non sa arrendersi ai ritmi naturali della Terra

A CURA DEL POETA E MUSICOLOGO MAURIZIO GREGORINI 

IN ESCLUSIVA PER IL MEDITERRANEO – PORTALE D’ITALIA 

Uscito in vinile, CD e in digitale, il ventiduesimo album in studio di Brian Eno, “Foreverandevernomore”, struttrato da dieci tracce e realizzato nel suo studio di Londra, il primo da solista dopo “Mixing colours” e “Luminos” realizzati col fratello Roger e pubblicati nel 2020 dalla nobile Deutsche Grammophon (se Brian è autore di una carriera piena di svolte ed evoluzioni, tra cui la creazione della musica per ambienti, Roger è più legato alla scuola impressionista del pianoforte.

Questi due loro lavori sono il risultato di una lunga serie di piccole composizioni per piano di Roger, successivamente riviste e trasformate, maneggiate, da Brian e dunque arricchite di odierni colori timbrici che recano altra essenza a quello che poteva essere un semplice disco di ‘modern classical’ per piano. Un itinerario, il loro, tra la magia e sogno, dove piano ed elettronica si sciolgono in perfetta consonanza); un album anticipato da “There Were Bells”, composto da Brian Eno in occasione della esibizione tenutasi con il fratello Roger presso l’Acropoli di Atene, patrimonio mondiale dell’Unesco, nell’agosto del 2021. Per “Foreverandevernomore” il compositore (ex Roxy Music) torna al canto, interpretando quasi tutte le dieci tracce presenti, fatto che non accadeva dalla pubblicazione di “Another Day On Earth” del 2005. Un disco che, oltre a proporre magicamente atmosfere surreali care – strano a dirsi, ma poi mica tanto bizzarro – anche al grande Vangelis, scomparso di recente (tant’è che in alcuni momenti sembra di rivivere l’abbaglio sonoro dei due lavori che Vangelis realizzò per Irene Papas con due album oramai considerati storici per la loro mescolanza tra tradizione onirica, mistica e elettronica pop), è una chiara riflessione sul tema dell’ambiente e sugli accadimenti climatici: quando col fratello si sono esibiti all’Acropoli col brano “There Were Bells”, c’erano ben quarantacinque gradi e gli incendi infierivano nei dintorni della città: “Eravamo lì, con quel caldo estenuante e mi sono ritrovato a pensare: siamo nel luogo di nascita della civiltà occidentale e probabilmente stiamo assistendo alla sua fine”, ha commentato. Di qui l’esigenza di esplorare l’emergenza climatica e di proporla nell’intera opera: “Come tutti – tranne, a quanto pare, la maggior parte dei governi del mondo – ho pensato al nostro futuro precario e limitato, e questa musica è nata da tali pensieri. Forse è più corretto dire che ho provato dei forti impulsi, e dunque quest’opera è frutto di tali sentimenti. Quelli di noi che condividono simili emozioni sono consapevoli che il mondo sta cambiando a una velocità rapidissima e che ampie parti di esso stanno scomparendo per sempre; di qui il titolo dato al nuovo lavoro”, spiega Eno trattenendosi su “Foreverandevernomore”. E prosegue: “Le nuove non sono canzoni di propaganda per dirvi a cosa credere e come agire. Sono piuttosto la personale esplorazione dei miei stati d’animo. La speranza è che invitino voi, gli ascoltatori, a condividere queste esperienze e le loro perlustrazioni. Mi ci è voluto molto tempo per abbracciare l’idea che noi artisti siamo in realtà dei mercanti di sentimenti; questi, sono soggettivi. La scienza li evita perché sono difficili da quantificare e confrontare. Ma i ‘sentimenti’ sono l’inizio dei pensieri e anche i loro accompagnatori a lungo termine. Le sensazioni sono la reazione di tutto il corpo, spesso prima che il cervello cosciente si metta in moto, e a volte con una lente ampia che comprende più di quanto il cervello sia coscientemente consapevole”.

Accompagnato da note sublimi, perquisite nell’inconscio, aggrappate alla sensualità di una elettronica quietamente sussurrata, il tema proposto dal compositore non necessita di ulteriori chiarimenti: eventi estremi, caldo, tempeste, inondazioni: tutto ciò che accade oggi sta mutando per sempre la geografia nel modo in cui la si è conosciuta fino ad ora.  E per guerreggiare una fine possibile, cosa attua il musicista? Nessuna collera, disapprovazione o grido da elevare: traduce in musica una laboriosità di aree del cuore che, dalla intonazione della sua voce – all’unisono serena, immobile, solida – si rinsalda in una psichedelia anomala e che trova la sua ragione di imporsi nella passionalità di una pacatezza celeste; non a caso afferma: “A volte questa musica esprime umori che rimirano cose che desideriamo, altre volte controllano cose che vorremmo evitare”. E’ vero: si tratta di un disco compiuto da pensieri difficili da narrare, ma è anche il “Requiem” di una umanità tutta votata allo sfruttamento e al consumo e che non sa arrendersi ai ritmi naturali della Terra. E non si tratta di schietta inventiva, piuttosto di uno scrutare l’impercettibile su di un mondo che resta una landa “ignota” per ognuno di noi. E la deificazione è raggiunta quando, al termine dell’ascolto, viene riconsegnata al fruitore una interconnessione con le cose e gli esseri senzienti che di questo universo (o di altri pianeti? Sciocco ancora credere che siamo i ‘soli’ abitanti dell’universo) sono espressione divina. E’ come se si stesse percependo una nuova “Pastorale”, una sinfonia creata dopo l’esplosione tragica di una detonazione che cancella il nostro passato per aprire la strada ad una novella cognizione. In sintesi Brian Eno sembra dire in musica ciò che Ferlinghetti – in una avvenentissima poesia contenuta nel suo glorioso libro “Un luna park del cuore” – mette in bocca al Creatore (Dio?) quando egli pone uno sguardo sull’universo e, per le buone cose che nota, credendo che la vita da Lui generata sia tutto sommato un buon affare non avendo ancora ravvisato sciagure, ma dopo averle invece assaporate, annota malauguratamente in un pc tutte le disgrazie della terra, del libero arbitrio donato, e raggelandosi per la stupidità dell’uomo, commenta così il suo ingegno: “‘Ah sì, sono tutti pensieri che ho buttato fuori, ma erano solo le prove dello spettacolo vero’. E quindi Egli attaccò a cantare con la sua vox populi un’opera del tutto nuova”: ecco, da cronista estremo e corrosivo, pure Bian Eno con “Foreverandevernomore” suggerisce una rilettura della mediocrità dell’uomo contemporaneo affrontando, con queste dieci composizioni, la transitorietà dell’essere. Capolavoro assoluto; null’altro da aggiungere.