Le “Factory girl” di Nadia Busato e le ricostruzioni di un mistero ineffabile

Non solo Warhol, Nico, Ultra Violet, Edie Sedgwick ma l’essenza della cultura americana degli anni Sessanta: «Il diario di un viaggio possibile tra le macerie di un decennio memorabile ed esplosivo»

IL POETA MAURIZIO GREGORINI IN ESCLUSIVA PER IL MEDITERRANEO

Nel 2008 ha pubblicato il suo esordio presso Mondadori,Se non ti piace dillo. L’amore ai tempi dell’happy hour”, alternando poi altri libri fino a giungere a Non sarò mai la brava moglie di nessuno(SEM edizioni), ricostruzione attenta e minuziosa di Evelyn McHale, giovane donna che nel maggio 1947 decise di farla finita, buttandosi dall’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building di New York. Ora Nadia Busato (da oltre un decennio si occupa di comunicazione tra radio, cinema, teatro e magazine) torna con Factory Girl (SEM edizioni, 280 pagine, 18,00 euro), risolto dalla stessa scrittrice come il diario di un viaggio possibile tra le macerie di un decennio memorabile ed esplosivo. Per coloro che non ne sono a conoscenza (ma francamente ne dubitiamo) la “Factory” era il nome dello studio originario di Andy Warhol a New York City tra il 1962 e il 1968, e con lo stesso sostantivo sono conosciuti anche i suoi studi susseguenti. Si trovava al quinto piano del 231 East 47th Street, a Midtown Manhattan. Punto di ritrovo per artisti e superstar, divenne anche famosa per le feste all’avanguardia. Nello studio i collaboratori di Warhol producevano serigrafie e litografie. John Cale annota come il luogo non fosse: Chiamato la ‘Fabbrica’ senza motivo. Era qui che la linea di assemblaggio delle serigrafie aveva luogo; e mentre una persona produceva una serigrafia, qualcun altro poteva girare un provino. Ogni giorno si faceva qualcosa di nuovo”. Nel 1968 Andy spostò la Factory al sesto piano del Decker Building, al 33 Union Square West, vicino al Max’s Kansas City (locale dove i Velvet Underground esordirono col loro album prodotto da Warhol), un club che Warhol e il suo entourage avrebbero frequentato spesso. Ad ogni modo nella ‘Factory’ Warhol lavorava giorno e notte ai suoi dipinti; l’uso di serigrafie era finalizzato a produrre immagini in massa, allo stesso modo in cui le industrie capitalistiche producono in massa prodotti per i consumatori. E per proseguire nella sua analisi attiva, mise insieme un entourage di attori di film per adulti, drag queen, personaggi mondani, drogati, musicisti e liberi pensatori che sarebbero divenuti famosi come le ‘Superstar di Warhol’, veri operai dell’arte che coadiuvavano alla esecuzione dei suoi dipinti, recitando nei suoi film, accrescendo così l’ambiente per cui la Factory divenne leggendaria. Denominata pure ‘Silver Factory’, la fabbrica d’argento per le sue decorazioni (in quegli anni l’argento rappresentava la decadenza della scena e allo stesso tempo il proto-glam dell’inizio degli anni Sessanta. Argento, specchi rotti e fogli di stagnola erano i materiali decorativi di base amati dai primi utilizzatori di anfetamine degli anni sessanta), gli anni spesi nella ‘Factory’ saranno poi circoscritti nell’Età d’Argento, non solo per il design, ma anche per lo stile di vita decadente e spensierato, pieno di soldi, feste, droghe e celebrità. Ovviamente divenne anche punto di incontro di artisti e musicisti quali Bob Dylan, Nico, Truman Capote, Mick Jagger, Salvador Dalí, Allen Ginsberg e Lou Reed (Warhol collaborò nel 1965 con l’influente rock band newyorkese di Reed, i Velvet Underground, producendoli e disegnandone la celebre copertina del debutto in vinile, ‘The Velvet Underground & Nico. La copertina constava in una banana di plastica gialla che l’ascoltatore poteva veramente sbucciare per rivelarne una versione sottostante di colore rosa. Nel 1971, Warhol progettò anche la copertina dell’album ‘Sticky Fingers’ dei Rolling Stones e creò il logo della celebre lingua ‘Stones’. Famoso fu l’Exploding Plastic Inevitable, spettacolo che armonizzava arte, rock, i film di Andy e ballerini di ogni tipo, così come immagini e messe in scena sadomaso. I Velvet Underground e EPI usavano la Factory come studio per le prove. Walk on the Wild Side, pezzo di Lou Reed tra i suoi più noti, parlava delle superstar con cui si trovava alla Factory. Menziona tra gli altri Holly Woodlawn, Candy Darling, Joe Dallesandro, Jackie Curtis e Joe Campbell, al quale si riferisce con il soprannome usato alla ‘Factory’: Sugar Plum Fairy). Ma come spiega Nadia Busato nel suo avvenentissimo libro e nonostante la sua aura leggendaria, la ‘Factory’ non rappresentava la stessa terra di libertà ed emancipazione per coloro che la bazzicavano: a governarla ovviamente era Warhol, padre-padrone incontrastato, mentre le donne ne restavano delimitate, tant’è che una a una passarono dall’adorazione per il loro “creatore” alla consapevolezza di essere state sfruttate. Isabelle Collin Dufresne, saputa come Ultra Violet, per decenni va in cerca delle sopravvissute. Il rimorso per la tragica fine di Edie Sedgwick la tormenta: a lei, bellissima e fragile, inseparabile doppio androgino di Warhol, non è rimasta altra scelta che togliersi la vita, nell’indifferenza totale di quella che considerava la sua vera famiglia. Ultra Violet, voce riferente del romanzo, prova a ricostruire quella che sembra la chiave del mistero: l’ultimo film con Edie intitolato The Andy Warhol Story, con un set trasformato in un ring e il girato misteriosamente sparito dalla ‘Factory’. Cosa rivelava Edie di cosi compromettente da dover essere distrutto? Per annoverarlo serve ripercorrere le analisi di Ultra Violet, che raccontano un’altra versione della ‘Factory’ e della controcultura newyorkese: quella di Edie e delle altre ragazze, bollate per decenni come pazze e assassine, la cui voce è stata cancellata. Così, attraverso un lungo lavoro di incartamenti, germogliati dalle interviste a John Giorno, ex compagno di Warhol, Busato riconsegna al lettore l’elettrico clima della Factory e le sue ombre. E, come è accaduto nel 2018 con la vicenda di Evelyn McHale, la scrittrice ricompare nella New York del secolo scorso elargendo alla letteratura un’importante figura femminile dimenticata. Ma chi erano le “Factory girl”? Viva, Ultraviolet, Baby Jane Holzer, la splendida eterea Nico (i suoi album Drama of exileeCamera obscurarestano il capolavoro dark del rock post anni Settanta): strutture magre, fascinosamente eleganti, che resero scintillante e glamour l’atelier di Warhol. Effettive ‘muse’, furono però delle meteore durate una sola stagione e condannate poi a vite spesso brevi, tormentate da problemi psichici, abuso di alcol e di droghe. Nadia Busato, col suo resoconto, ne riscatta il respiro tirandole fuori dall’ombra in cui sono capitombolate perché, seppur proveniente da parentele ricchissime, queste donne disertavano i contesti domestici esteriormente ineccepibili ma a volte difficili e abusanti, preferendo di gran lunga l’indipendenza e la ribellione. 

Inizierei col commentare il suo incontro col poeta John Giorno, compagno di Warhol (all’epoca in cui Warhol lavorava al ciclo “Death and Disaster”), superstar dormiente in “Sleep”, nonché artista che ha avuto parecchi legami con la ‘Factory’.

“Non le nego che contattarlo non è stata una impresa facile, chiunque interpellassi era reticente, finché una gallerista di New York ha fatto sì che ciò accadesse. L’ho intervistato via skype e ovviamente ho registrato i nostri colloqui. Tutto questo poco prima che morisse. Conversazioni che per forza di cose sono terminati col parlare dell’esperienza ‘Factory’,; di Warhol Giorno mi ha confidato ossessioni, perversioni, manie, il suo feticismo per i piedi, della dipendenza dalle amfetamine e via dicendo. Ma soprattutto mi ha colpito il fatto che parlasse dell’esperienza della ‘Factory’ come il periodo più fondamentale della sua vita: ha approvato come in quegli anni sopravvivere alla ‘Factory’ fosse assurdo per non dire impossibile, una sperimentazione che ha finito per condizionare per sempre la sua vita: fuori dalla ‘Factory’ ogni situazione era difficile e per le donne che vi prendevano parte la situazione era di gran lunga peggiore. Credo avesse ragione, tant’è che, incuriosita, sono andata a documentarmi su ciò che andava rivelando, anche perché, personalmente, della ‘Factory’ conoscevo solo quello che avevo potuto leggere sui cataloghi della Pop Art. Si sa che i Sessanta erano anni in cui alle donne americane le anfetamine venivano consigliate per ‘stare su’, che tradotto significa impasticcarsi alla grande per eseguire al meglio la funzione di spose compiute. Quelli con Giorno sono stati colloqui che divennero un capitolo del mio libro ‘Non sarò mai la brava moglie di nessuno’, sezione infine stralciata dal romanzo. Ed è di lì, da quel materiale messo da parte – dopo la sua scomparsa avvenuta nell’ottobre del 2019 – che sono iniziate le indagini per mettere a punto ‘Factory girl’”

Lei ha indugiato anzitutto sulle ‘donne’ di Warhol.

Ovviamente di materiale sulla ‘Factory’ ce n’è in abbondanza, basta andarselo a cercare; ma lei Gregorini mi conosce da anni e sa che amo rincorrere le visioni mostruose a dispetto dei vagheggi; le ragazze della ‘Factory’ – purtroppo – hanno fatto tutte una fine tremenda e me sono invaghita. Sebbene Andy Warhol sia divenuto collo scorrere del tempo il simbolo estremo della controcultura americana dei Sessanta, egli desiderava far parte del ‘Sistema di potere’ e di quello economico con tutte le sue forze. Le affascinanti donne che frequentavano la ‘Factory’ per lui non erano altro che un contrassegno di glamour: averle con sé gli permise l’ingresso nel mondo finanziario borghese, sebbene lui tentasse di frantumarlo con ogni mezzo possibile. Per cui, se agli inizi la ‘Factory’ era vista dalla morale borghese americana come una struttura retta da pervertiti e omosessuali – Warhol era considerato ‘eccentrico artsita gay’ -, con la presenza delle ragazze la situazione cambiò drasticamente; lo si comprende in quell’anno che Warhol e Edie Sedwik divennero la ‘coppia’ per eccellenza, una specie di doppio androgino che tutta l’America voleva vedere. Lei ama in modo particolare Nico, di cui tratto nel libro. Essendo un amabile critico musicale e un poeta, lei lo sa meglio di me: le ragazze della ‘Factory’ erano tutte ricche, provenivano da famiglie borghesissime, solo che rifiutavano l’american way of life di quel tempo, ed erano anti-femministe senza saperlo: ripudiavano del tutto l’idea di divenire come le loro madri: donne complete al servizio totale dell’uomo in carriera. Con i denari della sua eredità, La Sedwick mantenne l’intera ‘Factory’ per più di un anno. E tornando a ciò che stavamo affermando poco fa, lo si deve a queste ragazze magnifiche se Warhol poté godere di una fama, se poté realizzare i suoi anti-film: fu per le risorse di queste donne e per il loro consenso sessuale se la ‘Factory’ poté diventare seducente. E siccome Warhol, usufruendone se ne stancava pure, ognuna di esse nella ‘Factory’ aveva una vita vitale di circa un anno. Destino che queste ragazze pativano passivamente, senza proferire. L’unica a insorgere alla follia masochista di Warhol fu Valerie Solanas: donna intelligentissima, che Warhol manco denuncia quando lei gli sparerà. Cosa ci dimostra l’avvenimento donne alla ‘Factory’? Mostra con forza che rivolta, idrofobia umiliazione per le donne sono fatti intollerabili. E’ la solita storia: ogni istituzione accetta che una donna possa essere fragile, ma non sovvertitrice. E in fin dei conti Warhol era pur sempre un uomo, anche per lui la sommossa delle ‘sue’ donne era argomento impensabile. Prenda il caso di Jean Stein, amica della Sedgwick su cui scrisse una biografia, ‘Edie: American Girl”, libro inchiesta con oltre duecentocinquanta deposizioni, un’opera che Warhol tentò sempre di boicottare con ogni mezzo”. 

Sia “Non sarò la brava moglie di nessuno” sia “Factory girl” testimoniano la sua passione per un tipo di romanzi, per la narrativa non fiction ma edificata su inchieste.

“E’ vero. Sono romanzi in cui si ricostruiscono sia una realtà storica che una possibile finzione, lavoro complicato di studio e ricerca di indicazioni. Ma i miei non sono romanzi storici, e nemmeno reportage giornalisti, lascio questo impegno ad altri.  Però è un lavoro che amo, è per me una consacrazione. E partendo di qui, inizio a importunare parecchia gente: per ‘Non sarò la brava moglie di nessuno’ ho tediato psicologi, psichiatri, medici legali, esperti di morti violente, senza per questo tralasciare professori universitari, filosofi, storici, artisti, galleristi, critici, fotografi. E, come già accennato, per creare ‘Factory girl’ ho rintracciato il fidanzato di Warhol: John Giorno che era con lui quando trovò la foto di Evelyn, la protagonista di ‘Non sarò mai la brava moglie di nessuno’, e iniziò a lavorarla per renderla una serigrafia della serie ‘Death and Disasters’ (il titolo dell’opera è: ‘Fallen body’). Infine, a me piace enunciare accadimenti significativi; abbiamo parecchi saggi sulla arte di Andy Warhol, ma non esisteva una sorta di romano indagine sugli anni della ‘Factory’. Replico: amo fare ricerche per interesse personale; solo che poi queste iniziano a prendere forma nella mia testa e alla fine divengono libro; ad esempio trovavo inammissibile che nessuno avesse mai indagato su Evelyn raccontandone la storia, per cui l’ho fatto io”. 

Cosa resta della “Factory”?

“Di certo sappiamo che fu rifugio per parecchia gente, persone intenzionate a creare un modello cosmopolita in alternativa a quello borghese patriarcale finanziario. Non so se vi siano riusciti, ma solo il fatto di averci provato, di aver vissuto anni splendidi, li rende una sorta di combattenti della nazione americana. ‘Factory girl’? Andrebbe letto perché, anche se si conosce abbastanza la vicenda, nel libro vi sono episodi inediti che non si sapevano prima; per chi non sa nulla di questo fatto, il mio libro può divenire lettura piacevolissima di un romanzo rock anni Sessanta; ma la cosa basilare è che chi si occupa di politica femminista e rilegge tramite le mie pagine quegli anni, quei modelli di donne, può capire come esse siano state pioniere di libertà poi conseguite da altre donne negli anni successivi, fermo restando che uno dei miei desideri primari è che molti dei lettori di questo libro si innamorino – riscoprendole – di queste vite sì tragiche, ma indispensabili per assimilare cosa sia la poesia, la vita di un artista, la voglia di non essere parte di una normalità e di un conformismo sgradevoli”.