LETTURE. ‘O Munaciello di Matilde Serao fra scienza, storia e malocchio

Il personaggio fu descritto da Matilde Serao, ma la sua genesi non è così leggendaria come si vorrebbe  

“Carneade, chi era costui?”. Ovvero: chi era “ˊo Munaciello”, il personaggio esoterico ancora oggi più temuto e amato dai napoletani? Matilde Serao, in “Leggende napoletane”, raccolta di racconti fantastici sui luoghi e i personaggi della storia culturale e mitologica di Napoli, scrive che era chiamato così un trovatello molto malato. La giornalista e narratrice verista inizia informando che “Nell’anno 1445 dalla Fruttierea Incarnazione, regnando Alfonso D’Aragona, una fanciulla a nome Catarina Frezza, figlia di un mercante di panni, si innamorò di un nobile garzone, Stefano Mariconda. E come è usanza d’amore, il garzone la ricambiò di grandissimo affetto e di rado fu vista coppia d’amanti, egualmente innamorata, egualmente fedele. E ciò non senza molto loro cordoglio, poiché per la disparità delle nascite, che proibiva loro il nodo coniugale, grande guerra ferveva in casa Mariconda contro Stefano e Caterinella, in casa sua, era con ogni sorta di tormenti dal padre e dai fratelli torturata….”. Sembra l’incipit di una delle tante storie d’amore tra persone di censo ed estrazione sociale diversa, che finiscono quasi sempre bene, che hanno arricchito la  letteratura “leggera” di ogni parte del mondo. Ma l’autrice de “Il ventre di Napoli”, tra l’altro moglie di Eduardo Scarfoglio con il quale, nel 1892, aveva fondato Il Mattino, non avrebbe mai potuto cedere alla tentazione del gossip ante litteram. In effetti, andando avanti nella lettura, vediamo che la storia dei due infelici amanti è il prologo di quella “entità”  che Mario Buonoconto, nella sua “Napoli esoterica” descrive come “uno spiritello bizzarro che si comporta sempre in modo imprevedibile” e che le testimonianze delle sue apparizioni sono così numerose che “non vi è posto per alcun dubbio sulle sue manifestazioni”.

A mano a mano che la lettura del racconto della greca di Patrasso va avanti, si delineano gli inquietanti quanto affascinanti contorni del mistero, fino ad arrivare alla soglia di quello “stargate”, inteso come confine tra il reale e il trascendente, il metafisico, l’immaginario, il paranormale, l’occulto, l’esoterico. Vediamo perchè.

Una notte Stefano, che rocambolescamente aveva raggiunto il terrazzzino di casa Frezza dove lo spettava  Catarinella,  fu afferrato da mani sconosciute e scaraventato sul selciato dove morì orribilmente sfracellato. La ragazza, pazza di dolore, fuggì da casa e si rifugiò in un convento di monache dove diede alla luce “un bimbo piccino, piccino, pallido e dagli occhi sgomentati. Per pietà di quel piccolo essere, le suore lasciarono la madre nutrirlo e curarlo…Il figliuoletto, crescendo negli anni, non crebbe che pochissimo nel corpo e fu simile a quei graziosi nani di cui si allietano molte corti di sovrani potenti. Sibbene, ella continuò a vestirlo da piccolo monaco; onde è che la gente chiamava, in suo volgare, il bambino: lu munaciello”.

Fino a questo punto la storia, seppur triste, è ancora cronaca  di fatti di quotidiana sventura. Ma dopo qualche tempo i bottegai della zona è, in particolare, i componenti della famiglia Frezzi che erano suoi parenti, cominciarono ad insultarlo e a ingiurarlo e ad accusarlo di essere la causa delle disgrazie che capitavano loro. Cominciarono, quindi, ad attribuirgli poteri magici e soprannaturali.

“Era lui che attirava l’aria metifica nei quartieri bassi, che vi portava la febbre e la malsania; lui che, quardando nei pozzi, guastava e faceva imputridire l’acqua; lui che portava la mala fortuna nei negozi ed il caro pane…”. Quando Catarina Frezza mori,  lo munaciello rimase solo e abbandonato e un giorno scomparve. I suoi miseri resti, piccole ossa e un grande teschio, furono ritrovati in una cloaca. Da quel momento iniziarono le sue “manifestazioni”. Scalzo, scheletrico  si aggirava per i vicoli che “da Toledo portano giù per le tetre vie dei Tribunali e della sapienza, per la triste strada di Forio, per i quartieri cupi e bassi di Vicaria, di Mercato, di Porto e Pendino..”. Lasciava sul luogo delle sue apparizioni delle monete “come se volesse ripagare le persone, in genere fanciulle procaci ed allegre, dello spavento provato o di inconfessate confidenze palpatorie che ama a volte concedersi- come ha scritto Buonoconto”.

Ma è solamente questa la spiegazione sull’ “esistenza” del monaciello? Veramente no. Per gli occultisti la storia riportata da Matilde Serao è frutto di una leggenda creata dal popolo per “addolcire” la verità che è del tutto opposta.

“Lu munaciello”, per i seguaci dell’insegnamento esoterico, non è altri che il Maligno che spesso assume le sembianze di un frate e che elargisce doni per comprare un’anima. Per tornare, però, “con i piedi per terra”, come si suol dire, e senza togliere dignità alla storia di Matilde Serao o alla teoria degli occultisti, si è fatta strada, non senza difficoltà, una terza ipotesi, più scientifica. Tra gli altri, ne è  portavoce Michele Quaranta, presidente della Libera Associazione Escursionisti del Sottosuolo.

Secondo questa corrente di pensiero “ ʼo munaciello” non sarebbe altri che il  gestore delle cisterne sotterranee che alimentavano i pozzi dei cortili delle case. Secondo alcuni, poi, i soldi che lasciava rappresentavano la ricompensa per i “favori” che le signore gli concedevano durante le visite che faceva loro quando i mariti erano assenti. Entrava nei cortili arrampicandosi avventurosamente per le rozze scalinate scavate nelle partei delle cisterne. Sono state segnalate molteplici apparizioni del monaciello. Fra le tante, quella in un fabbricato che si trova  a fianco della pensilina della Stazione Centrale, in piazza Garibaldi, e quella in via Aniello Falcone, al Vomero. Molti anni fa, in quel fabbricato abitava una giovane vedova con i figli. Viveva di stenti e di preghiere. A partire da un certo giorno iniziò a trovare soldi un pò dappertutto nella casa. Informò del fatto il fratello che giocò al lotto tre numeri: 14, i soldi, 15, la meraviglia e 1, il fantasma. Vinse un terno secco e con la ingente somma di danaro riscossa acquistò un fabbricato al corso Umberto e lo adibì ad albergo. Via Aniello Falcone è la strada che congiunge la città bassa con quella collinare, il Vomero. L’arteria fu costruita sui terreni dai quali i proprietari avevano sfrattato i coloni. Questi per vendicarsi si rivolsero ai fattucchieri per esorcizzare la zona. Da quel momento ogni giorno agli ingegneri e ai muratori capitarono disgrazie di ogni tipo: l’artefice era il monaciello.