Lo conferma la scienza. Nella Basilica di San Pietro riposa il primo Papa

Durante gli scavi archeologici in basilica, su un muro di colore databile metà del III secolo si scoprì un graffito: la grande archeologa Margherita Guarducci lo interpretò con “Pietro è qui”. A chiusura dell’Anno Santo 1950 Pio XII informò il mondo: «La tomba del Principe degli Apostoli è stata ritrovata»

ROMA, METÀ DEL IV SECOLO D.C.

Papa Damaso (305 d.C. – 384 d.C.) negli anni compresi tra il 336 e il 384 fa incidere un’epigrafe, poi fissata su un muro della chiesa romana di San Sebastiano. Il testo non lascia alcun dubbio, poiché recita: “Hic habitus prius sanctos conoscere debes nomina quisque Petri pariter Paulique requiris“, facilmente traducibile in: “In questo luogo, dove dapprima hanno riposato i santi, devi sapere chiunque tu sia, che qui vieni a cercare le reliquie di Pietro e di Paolo”.

ROMA. ANNI COMPRESI TRA IL 1939 E IL 1950

Papa Eugenio Pacelli, Pio XII, incarica alcuni studiosi tra religiosi e archeologi, di individuare con esattezza dove è ubicata la tomba di San Pietro, il Principe degli Apostoli. Nel lontano 1939 Pio XII ha infatti il coraggio di affrontare un viaggio fino ad allora reso impossibile già dai tempi di San Gregorio Magno – alla fine del VI secolo – e fino a Gregorio XVI, passando per Giulio II, fortemente sollecitato dal Bramante, e per Clemente VIII che trovò in Giacomo della Porta un convinto sostenitore della necessità di avventurarsi alla ricerca di qualcosa di ‘introvabile’: l’individuazione, sotto la basilica vaticana, della tomba di San Pietro.

Nel ‘Liber Pontificalis’ appare estremamente chiaro come l’imperatore Costantino iniziasse ad edificare un primo nucleo della basilica dietro suggerimento di papa Silvestro I, per proteggere e rendere omaggio alle mortali spoglie del principe degli Apostoli, martirizzato a Roma negli anni delle persecuzioni neroniane compresi tra il 64 e il 68 d.C. Ma se appare fuor di dubbio la presenza di Pietro a Roma, se anche prestiamo fede ad alcune ‘leggende agiografiche’ come quella relativa allo scontro di Simon Mago con l’erede spirituale degli insegnamenti del Cristo – scontro già illustrato sulle pagine di MIRACOLI  – all’epoca di Pio XII forti sono i rischi che sarebbero potuti derivare, per la Chiesa, da una ricerca del genere. Gli archeologi avrebbero potuto non trovare nulla, e allora la Chiesa si sarebbe trovata in una situazione alquanto imbarazzante, pur con l’attenuante che la basilica vaticana era stata depredata molte volte. 

UNA BASILICA DEPREDATA

Ad esempio, a partire dal “sacco di Roma” ad opera dei Visigoti, guidati da Alarico nell’anno 410, seguiti nel 455 dai Vandali di Genserico, considerando poi saccheggi vari negli anni compresi tra il 537 e il 553 per opera degli Ostrogoti, guidati prima da Vitige e poi da Totila, grazie ai quali “… reliquiae a Gothis exterminatae sunt…”, ovvero le reliquie vennero disperse dai Goti, come afferma di nuovo il Liber Pontificalis. Non dobbiamo poi dimenticare che in un tragico agosto dell’Anno del Signore 846 le truppe saracene “… ecclesiam beati Petri nefandissimis iniquitatibus preoccupantes invaserunt…” ovvero invasero barbaramente la chiesa del beato Pietro e “… ablati cum ipso altari quod tumba principis apostolorum superpositum fuerat omnibus ornamentis et thesaurus.”, ossia, in pratica, per essere più che certi di non aver trascurato nessuno degli ori e delle pietre preziose che ornavano l’altare della basilica, lo strapparono letteralmente dalla tomba del successore del Cristo e se lo accaparrarono come bottino di guerra.

LE RELIQUIE TRASLATE

Esistono inoltre varie testimonianze storiche in base alle quali le reliquie dei due apostoli erano state traslate dalle catacombe di San Sebastiano fino all’area vaticana, poiché esiste anche una lettera scritta alla fine del II secolo dal prete frigio di nome Gaius che polemizza con tale Proclo, cittadino di Hierapolis. Poiché quest’ultimo rimprovera  Gaius di aver abbandonato la sua città natale e le reliquie dell’apostolo Filippo che lì si conservavano per recarsi nella più accogliente Roma, Gaius replicava: “Noi, qui a Roma, abbiamo di meglio: possediamo i trofei degli apostoli fondatori di questa chiesa. Vai sulla via di Ostia e vi troverai il trofeo di Paolo; vai al Vaticano e vi troverai il trofeo di Pietro”. Ove il termine trofei deriva dal greco tropaia con il significato di reliquie. In definitiva, in base a queste fonti che possiamo considerare abbastanza attendibili, le spoglie di Pietro già giacevano nell’area in cui poi sorse la basilica costantiniana, per essere traslate provvisoriamente presso le catacombe di San Sebastiano intorno alla metà del III secolo, durante le persecuzioni di Valeriano, e poi tornare definitivamente nel luogo – l’area del Vaticano – ad esse destinato dall’imperatore Costantino, il quale aveva reso possibile un culto pubblico della religione fondata dal Cristo.

“PIETRO È QUI DENTRO”

Durante gli scavi archeologici, su un muro di colore rossastro, databile a metà del III secolo si scopre un graffito riportante le lettere greche. Traslitterando in lettere latine emerge quel che sembra il nome PETR… (mancano alcune lettere finali) e poi le lettere che una grande archeologa scomparsa qualche anno fa, Margherita Guarducci, ha interpretato con “Pietro è qui”. La studiosa concorda anche sul fatto che il corpo dell’apostolo fu seppellito sullo stesso colle e sulla tomba i cristiani, nel II secolo, edificarono il cosiddetto trofeo di Gaio, dal nome dello scrittore cristiano che riferisce l’episodio. Scavi archeologici effettuati intorno al 1940 ne hanno ricostruito la possibile struttura originaria.

C’È L’APOSOTOLO E GLI STUDI LO CONFERMANO

L’importante è mettere in luce i risultati conseguiti al termine dei lavori di scavo, durati dal 1941 al 1950, commissionati da papa Eugenio Pacelli a monsignor Ludovico Kaas, che si avvalse della collaborazione dell’archeologo Enrico Josi, di padre Antonio Ferrua – il quale, sappiamo, si appropriò temporaneamente del frammento di intonaco in questione –, di padre Engelbert Kirschbaum e dell’architetto Bruno Maria Apollonj Ghetti.

I risultati, infine, sono avallati anche da analisi di carattere antropologico eseguite nel 1956 dal professor Venerando Correnti su vari reperti ossei contenuti in una cassetta salvata dalla dispersione, per puro caso, dal sampietrino Giovanni Segoni, nel 1943 e denominata VMG (acronimo che significa ‘Vano del Muro G’).

IL SANTO MORÌ FRA I 60 E I 70 ANNI

Correnti stabilì che i reperti ossei appartenevano ad un unico individuo, di sesso maschile, di età compresa tra i 60 e i 70 anni, vissuto circa 2000 anni fa. Monsignor Kaas e collaboratori, da parte loro, furono in grado di stabilire con assoluta certezza che ogni rifacimento della basilica e in particolare dell’altare maggiore – ristrutturato nel VI secolo da papa Gregorio Magno, da papa Callisto II nel XII secolo e da Clemente VIII nel XVI secolo – ha rispettato al centimetro il perfetto allineamento con la tomba che giace a maggiore profondità, quella identificata con il sepolcro di Pietro.

PIO XII DIEDE LA NOTIZIA VIA RADIO

La complessa vicenda – in queste pagine riassunta per sommi capi – si conclude con il messaggio radiofonico che papa Pio XII rivolge nel giorno di Natale del 1950, in occasione della chiusura dell’Anno Santo, all’immensa comunità dei fedeli: «E’ stata veramente trovata la tomba di Pietro? A tale domanda la conclusione dei lavori e degli studi risponde con un chiarissimo “Sì’: la tomba del Principe degli Apostoli è stata ritrovata!“

CHI È PIETRO
È Gesù Cristo stesso a investire l’apostolo Pietro della dignità di primo papa: «Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia Chiesa». Non fu il primo a portare la fede cristiana a Roma, ma assieme a Paolo, divenne fondatore della Roma cristiana, stabilizzando e coordinando la prima Comunità, confermandola nella Fede e testimoniando con il martirio la sua fedeltà. Nacque a Bethsaida in Galilea, pescatore sul lago di Tiberiade, insieme al fratello Andrea, il suo nome era Simone, che in ebraico significava “Dio ha ascoltato”; sposato e forse vedovo perché nel Vangelo è citata solo la suocera; il fratello Andrea, dopo aver ascoltato l’esclamazione di Giovanni Battista: ”Ecco l’Agnello di Dio!” indicando Gesù, si era recato a conoscerlo e ascoltarlo. Convintosi, disse a Simone “Abbiamo trovato il Messia!” e lo condusse con sé da Gesù. Pietro fu chiamato da Cristo a seguirlo: «Tu sei Simone il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (Pietro, in latino Petrus)». Dopo la pesca miracolosa, saprà da Cristo che diventerà pescatore di anime. Fu portavoce e capo riconosciuto degli apostoli, con la celebre promessa del primato: «E io ti dico che sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Ti darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Ciò nonostante fu preso da grande timore durante l’arresto e il supplizio di Gesù, e lo rinnegò tre volte. Ma si pentì subito di ciò e pianse lagrime amare di rimorso. Pietro è comunque un uomo schietto, agisce d’impeto, come quando cerca con la spada di opporsi alla cattura di Gesù, che ancora una volta lo riprende per queste sue reazioni di essere umano, non ancora conscio, del grande evento della Redenzione e quindi, privato delle sue forze solo umane, non gli resta altro che fuggire ed assistere impotente ed angosciato agli episodi della Passione di Cristo.
Dopo la crocifissione e la Resurrezione, ormai convinto della missione salvifica del suo Maestro, riprende coraggio e torna a radunare gli altri Apostoli e discepoli dispersi, infondendo coraggio a tutti, fino alla riunione nel Cenacolo cui partecipa anche Maria. Lì ricevettero lo Spirito Santo, ebbero così la forza di affrontare i nemici del nascente cristianesimo e con il miracolo della comprensione delle lingue, uscirono a predicare le Verità della nuova Fede.