«Mi impongono il burqa e di tornare in Bangladesh per sposarmi»: 15enne bengalese denuncia i genitori 

L’ACCUSA IN UN TEMA SVOLTO IN CLASSE 

«Avvenimenti importanti della mia vita fino ad oggi»: questo è il titolo del tema assegnato in classe dalla sua professoressa. La ragazza, una quindicenne bengalese che abita a Ostia, vede la luce oltre il tunnel e coglie l’opportunità per raccontare le vessazioni subite: «Mi piace l’Italia, perché la donna è indipendente. Qui le donne si possono mettere vestiti normali, possono uscire, incontrare le amiche. Anche io voglio una vita normale e indipendente.Ma la mia famiglia non vuole che io parli con i miei amici, dice che devo mettere il velo, dice che non posso studiare, non posso fare niente. Dicono che devo tornare in Bangladesh per sposarmi». La professoressa legge e le si apre un mondo davanti. Parte la denuncia e sulla testa dei genitori cala la mannaia dell’accusa di maltrattamenti in famiglia dalla pm Claudia Alberti. Sotto inchiesta finisce anche il fratello, accusato di averla schiaffeggiata e di averle controllato in modo ossessivo il cellulare: i genitori le avrebbero invece imposto di indossare il burqa e di fare i lavori domestici. Dallo scorso gennaio i familiari sono stati sottoposti al divieto di avvicinamento e di comunicazione con la ragazza, trasferita in una casa famiglia.

Per il legale dei genitori le cose starebbero in modo diverso. «Non sono state svolte indagini oltre alla raccolta delle dichiarazioni della parte offesa e dei genitori. In famiglia sono disperati e sono disposti ad affidarsi alle istituzioni italiane per trovare supporto nell’educare la figlia, a cui vogliono bene. Non è mai stata picchiata a sangue come lei riferisce. Con il fratello ci sono state delle spinte, non si spiegano i 15 giorni di prognosi del pronto soccorso. Ci chiediamo se saranno fatte perizie psicologiche per capire perché stia dicendo tante cose non vere».

Per il magistrato, per inverso, la quindicenne avrebbe vissuto in un regime «vessatorio» con la minaccia di essere condotta in Bangladesh, costretta a sposare un connazionale e a portare il burqa, mentre il padre le avrebbe imposto regole rigide, «privandola della libertà di vestire, uscire e comunicare autonomamente con i coetanei»