NICO POSTUMA. Disponibile una registrazione effettuata a Manchester nel 1983

 

Esce per il ‘Black Friday’ dei dischi l’ennesimo omaggio alla “Sacerdotessa delle Tenebre”, considerata la progenitrice del gothic rock: una registrazione effettuata a Manchester (Inghilterra) il 16 giugno del 1983. Nico ebbe rapporti con Andy Warhol, Brian Jones, Lou Reed, Jim Morrison, Leonard Cohen. Poi i dischi, le tournée, la droga e i fantasmi dolorosi della guerra 

A cura del Poeta e Musicologo Maurizio Gregorini

Qualche mese fa, in esclusiva per il Record Store Day e in leggera difficoltà distributiva (si tratta di copie limitate e numerate, per fans e collezionisti) era apparso il “Live at the Hacienda ‘83” (orrenda incisione; quasi si sviluppasse una registrazione mono realizzata con un magnetofono, poi masterizzata in stereo, inascoltabile. Ma per gli entusiasti è una chicca averlo data la singolare realizzazione della custodia album). Adesso, in occasione del ‘Black Friday’ del disco, la stessa Cherry Red Records, immette nel mercato “Live at the Library Theatre ‘83”, registrazione effettuata a Manchester (Inghilterra) il 16 giugno di quell’anno (va precisato che rispetto al precedente, stampato in vivile porpora, questo, edito in vinile giallo, ha una incisione degna di un bootleg ufficiale, vale a dire accettabile nella sua resa sonora. Undici i brani: “Vegas”, “Saeta”, “Genghis Khan”, “Janitor Of Lunacy”, “Tananore”, “Afraid”, “All Tomorrow’s Parties”, “Purple Lips”, “Femme Fatale”, “No One Is There”, “Frozen Warnings”, “Closing The Door” e “Heroes”), ennesimo appuntamento per una musica musica colta di uno dei personaggi più carismatici ed enigmatici a cui qualche anno fa è stato dedicato anche uno splendido imperdibile docufilm, “Nico 1988”, diretto da Susanna Nicchiarelli, interpretato da una incredibile Trine Dyrholm (nel film la Nicchiarelli affronta gli ultimi anni della vita dell’artista, che resta una delle donne più affascinanti degli anni Settanta/Ottanta; la pellicola ha ottenuto sei candidature ai Nastri d’Argento, otto candidature e vinto quattro David di Donatello nonché premiata al Festival di Venezia. 

Nel docufilm, la si segue negli ultimi tour, con la band che era solita accompagnarla in giro per l’Europa (esibizioni a cui si ridicono le due incisioni live edite quest’anno), negli anni in cui, la ‘sacerdotessa delle tenebre’, si era svincolata del peso della sua bellezza e iniziava a ricostruire un rapporto con il figlio). Ma chi era Nico? (Si potrà giudicare curiosa l’asserzione, ma di lei, in molti, tuttora non ne sanno nulla.) 

Pseudonimo di Christa Päffgen (nata a Colonia il 16 ottobre 1938 e morta a Ibiza il 18 luglio 1988), Nico è stata una cantante, attrice e modella tedesca. Come segnalato poco sopra, è saputa anche con il soprannome di ‘Sacerdotessa delle Tenebre’ per le atmosfere gotiche e decadenti dei suoi brani, unite alla sua caratteristica voce profonda; è considerata la progenitrice del gothic rock (noto l’esordio coi Velvet Undergrand per l’album “The Velvet Underground & Nico” prodotto da Andy Warhol). Dunque, nacque nella Germania nazista; il padre morì in manicomio, dove fu ricoverato dopo aver subito danni cerebrali a causa di ferite riportate durante il servizio nella Wehrmacht. Dopo la fine della guerra, si trasferì nella zona di Berlino occupata dagli statunitensi. Cominciò a lavorare come modella per un’agenzia di Berlino. Durante un soggiorno a Ibiza, le venne suggerito dal fotografo Herbert Tobias, ispirato da un suo ex-amante, il regista Nico Papatakis, il nome d’arte. Verso la fine degli anni Cinquanta si trasferì a Parigi, dove ebbe modo di accrescere la sua fama di modella, posando per riviste prestigiose (tipo ‘Vogue’, ‘Tempo’, ‘Vie Nuove’, ‘Elle’) a cui accostò la carriera d’attrice con lo pseudonimo di Krista Nico. Nel 1958 partecipò al film di Alberto Lattuada “La tempesta” e nel 1959 al film “Come prima” di Rudolph Maté. Ma il più importante fu certamente “La dolce vita” di Federico Fellini del 1960, che la portò a trasferirsi a New York per frequentare la scuola di recitazione ‘Lee Strasberg’s Method School’ (dato il costante viaggiare per lavoro, imparò a parlare correttamente l’inglese, l’italiano, lo spa- gnolo e il francese). Ebbe una relazione con l’attore francese Alain Delon, che portò alla nascita il giorno 11 agosto 1962 di Christian Aaron Boulogne (Ari, cui lei ha dedicato il brano “Ari’s Song”), mai riconosciuto dallo stesso Delon. Fu invece cresciuto, dall’età di circa due anni, dalla nonna Édith Boulogne, madre di Delon, la quale, visto il diniego del padre Alain a riconoscerlo, gli dette il cognome del suo secondo marito, Boulogne. Poi nel 1964, a Londra, conobbe ed ebbe una breve relazione con Brian Jones, membro dei Rolling Stones, ed ebbe l’occasione, per merito del chitarrista dei Led Zeppelin Jimmy Page, di registrare la sua interpretazione di “I’m not sayin’”, brano di Gordon Lightfoot. A Parigi, conobbe, invece, il cantautore Bob Dylan, che scrisse per lei il brano “I’ll keep it with mine”, presente poi nel primo album da solista di Nico, “Chelsea girl”. Fu tramite Dylan che conobbe Andy Warhol, che la coinvolse come attrice in alcuni dei film sperimentali che stava girando in quel periodo. Cominciò così a frequentare la “Factory”, collettivo di artisti che girava attorno al carisma di Warhol. Da lui, fu imposta ai Velvet Underground, la rock band di cui Warhol disegnò la copertina dell’album divenuta oramai celebre. La presenza di Nico all’interno della band fu, però, piuttosto marginale, in quanto non fu autrice di alcun brano, limitandosi solo a cantare testi scritti da Lou Reed, anche se col polistrumentista John Cale strinse un buon legame, arrivando a coinvolgerlo nella produzione dei suoi album da solista. Poi, nel 1967 incontrò Jim Morrison, il poeta del rock, con cui ebbe una relazione sentimentale: fu lui ad incoraggiarla a cimentarsi nella scrittura di musica propria, un periodo creativo in cui prese la risoluzione di continuare la carriera musicale come solista: il primo disco fu “Chelsea girl” del 1967, colonna sonora per un omonimo film di Warhol, contenente, in realtà, brani scritti da Reed, John Cale e Jackson Browne; mentre il primo composto completamente da lei fu “The marble index”, lavoro che propone un’originale commistione di elementi folk, musica classica e testi drammatici. Nel 1970, uscì “Desertshore”, ampiamente valutato dalla critica come il suo capolavoro, nonché anticipatore del genere gotico. Nel 1969, aveva conosciuto il regista Philippe Garrel, per cui recitò in diversi film, oltre a partecipare alla scrittura della sceneggiatura de “La cicatrice intérieure”, e con cui strinse una relazione amorosa durata una decina d’anni. Nel 1974 pubblica “The end”, che oltre a contenere una reinterpretazione dell’omonimo brano dei Doors, presenta una versione allucinata e dissonante dell’inno nazionale tedesco. GIi anni Ottanta (quelli che hanno strutturato il film della Nicchiarelli) furono invece ardui, anche per problemi di tossicodipendenza; nel 1981, dopo sette anni di inattività, uscì “Drama of exile”, seguito nel 1985 da “Camera obscura” (forse i suoi due migliori in assoluto), che fu anche il suo ultimo album. Ed è proprio grazie a questi due abbaglianti ed incredibili elleppì che le sue produzioni iniziarono ad avere successo e a essere apprezzati, soprattutto nell’ambiente punk di quegli anni. Nico fece uso di eroina per oltre quindici anni. Nel libro “Songs they never play on the radio” scritto da James Young, membro della sua band negli anni Ottanta, si riportano molti episodi dell’inquietante condotta a causa della palese dipendenza; del resto, lei stessa raccontava di non aver mai assunto eroina nel periodo dei Velvet Underground e della Factory di Warhol, ma di aver iniziato a bucarsi durante la sua relazione con Philippe Garrel negli anni Settanta, anche se poco prima di morire smise di usare eroina e cominciò la terapia sostitutiva col metadone, a cui sovrappose la pratica quotidiana dell’utilizzo della bicicletta come mezzo di spostamento e l’assunzione di un’alimentazione sana. Ma il 17 luglio 1988, mentre si trovava in vacanza a Ibiza, venne ricoverata al Cannes Nisto Hospital di Ibiza a seguito d’una ordinaria rovina dalla bicicletta, in cui batté la testa. In ospedale, fu dapprima erroneamente curata per insolazione, mentre si trattava invece di emorragia cerebrale. Morì la sera del giorno seguente e venne sepolta al cimitero Grunewald-Forst di Berlino. 

Dopo aver letto una sua biografia, Marianne Faithfull le dedica la canzone “Song for Nico” (scritta con Dave Stewart) contenuta nell’album “Kissin Time”, definendola “una delle migliori cose che io abbia mai scritto”. Da noi, qualche anno fa, Castelvecchi ha pubblicato il bel libro testimonianza di Massimo Palma “Nico e le maree” (non è una biografia, non è un saggio, non è un romanzo: appunto; è un documento, a cui però – va precisato – si inseriscono minime fantasie verosimili dell’autore), in cui tutto ciò che abbiamo abbozzato in quest’articolo viene minuziosamente restituito con una dura dolcezza; è anzitutto stimolante capire dalle pagine di questo volume come Nico, subendo da bambina la guerra e le conseguenti luci delle bombe – veri bagliori di distruzione – andrà a concepire quest’esperienze dentro di sé come un intendimento, fino a farle divenire una effettiva condivisione di oscurità vitale che procederà a rappresentare l’essenza della sua produzione artistica; così come rimarrà indelebile, divenendo a tratti un modo di nutrirsi vorace, il ricordo della fame sperimentata allora. Sono pagine in cui spazio viene dato anche ai ricordi dello stupro subìto d’adolescente, vicenda su cui Lou Reed scriverà quel che viene tuttora considerato il suo capolavoro, “Berlin”, e che sarà anche causa della rottura con Nico. L’opera di Palma è inoltre notevole perché diventa, a tratti, anche un ripercorre l’orrore della guerra e dello sterminio degli ebrei (e i ricordi di Nico qui sono pressanti, vivi, incalzanti; memorizzi che le fecero giungere quel senso di colpa dell’essere nati in Germania durante il nazismo). Insomma: femme fatale, icona, musa: Nico vive tempi interessanti. Passa dall’infanzia berlinese sotto le bombe all’adolescenza a Ibiza, dove cambierà nome, fino ai trascorsi romani e parigini; nelle sue amnesie, nelle sue dipendenze, affiorano i rimossi del fascismo tedesco, la confusione dei generi, i ricatti della civiltà dell’immagine, fino a farsi icona della controtendenza musicale che reca dentro di sé duplice sofferenza: la droga e la colpa per essersi fatta sottrarre il figlio appena nato essendo comunque consapevole di non essere in grado, all’epoca, di dargli ciò che un piccolo esige da una madre. Di qui il suo stile tuttora in realtà indefinibile, che dal gotico medievale scivola ad una densità devastante in cui un desiderio di autodistruzione aleggia imperante nel senso della vita. 

Per assimilarla musicalmente, vi basti mettere sul piatto quel microsolco ultimo, il “Camera obscura”: un sound istericamente metallico – ma superbo – di predominio totale per la sovrana assoluta del rock. Ed è proprio l’ultimo immutabile impegno discografico a indicare come lei stessa, definita la Marlene Dietrich del rock, avesse dato origine ad uno stile tutto suo, che del rock però ha davvero poco. E’ una espressione teatrale, atemporale e apolide che può, ad esempio, contenere in sé sia il raga indiano come la passacaglia del medioevo, uno stile che include pure i “Carmina Burana”, i “Lied” romantici di Schubert e le litanie dei muezzin: concludendo, un qualcosa di primigenio, inconsueto, che non ha eguali nella storia della musica mondiale del dopoguerra del Secondo Novecento