“Non nel mio nome” di Santoro: un ‘j’accuse’ che ci chiama in causa per ridare senso alla parola democrazia

“Ho definito l’invasione all’Ucraina un atto imperdonabile di cui Putin porterà per sempre la responsabilità davanti al suo popolo e alla Storia. Mi auguro che un giorno ci sia finalmente un tribunale per giudicare i criminali di guerra, si chiamino Putin o Bush. La condanna dell’invasione è fuori discussione. La solidarietà al popolo aggredito pure, in tutte le forme possibili. Escluso le armi”

A CURA DEL POETA MAURIZIO GREGORINI

E’ in libreria il nuovo pamphlet di Michele Santoro, “Non nel mio nome” (Marsilio, 126 pagine, 12,00 euro), un reale grido di allarme contro l’orrore che ci tocca di vivere e a cui oramai siamo abituati, indifferenti. Così, innanzi alle tragedie collettive cui l’essere umano è condannato, Santoro – con la sua verve avvinta, insolita, veritiera – denuncia ogni cosa evitando di fare sconti a chicchessia, sottoponendo il lettore ad una feroce critica su ogni contraddizione che ci ha condotti sull’orlo del baratro, ossia una democrazia bloccata da una politica inconcludente e impreparata, che non vede alternative se non affidarsi a tecnici e cavalieri salvifici, o la parabola del populismo che ha mostrato tutti i suoi limiti nella disfatta del Movimento 5 Stelle, che pure era emerso come forza dirompente in grado di smuovere le acque di una politica insensibile ai problemi dei cittadini. E ancora: un’informazione ormai megafono della propaganda, da cui è bandito non solo il dissenso ma qualsiasi interrogativo, e che si riduce a inseguire e ingigantire questioni pretestuose, senza incidere sulle sorti del paese. 

Questo libro non è solo un ‘j’accuse’ intimo, ma chiama in causa qualunque persona (e soprattutto i giovani), per tentare di ridare un senso alla parola “democrazia”: Santoro lo fa ripartendo dalle domande giuste.Non ho mai guardato agli eventi dal punto di vista dei governi, sempre con gli occhi dei più umili, di chi ne paga il prezzo in prima persona”, si appresta a scrivere, continuando come egli stesso non disprezzi nessuno, “Tantomeno chi la pensa diversamente da me. Ma quali sarebbero i miei ‘pregiudizi ideologici’? Il comunismo? E Putin è un comunista? Non era Hitler? Cerchiamo di parlare chiaro, di essere espliciti e di non usare le parole come pallottole. Enrico Letta, per esempio, non mi ha ritenuto degno di ricevere una lettera e ha affidato la sua missiva a Corrado Formigli. Un leader non si comporta in questo modo. Poteva usarmi per fugare i dubbi di centinaia di migliaia di persone, invece non ha risposto a nessuna delle obiezioni che avevo mosso. Ho definito l’invasione un atto imperdonabile di cui Putin porterà per sempre la responsabilità davanti al suo popolo e alla Storia; e mi auguro che un giorno ci sia finalmente un tribunale per giudicare i criminali di guerra, si chiamino Putin o Bush. La condanna dell’invasione è fuori discussione. La solidarietà al popolo aggredito pure, in tutte le forme possibili. Escluso le armi. Sono a confronto due nazionalismi, due Stati e due eserciti, che non sono nostri alleati e che non fanno parte dell’Unione Europea. La nostra Costituzione ci vieta di entrare in guerra in queste circostanze; ammesso che la Costituzione conti ancora qualcosa. Il segretario del PD mi attribuisce la volontà di vedere gli ucraini in ginocchio, di pretenderne la resa e ritiene che io apprezzi il regime di Putin che ammazza i giornalisti, i dissidenti e perseguita i gay. Non capisco da dove tragga questa sua convinzione, da quale dichiarazione, da quale trasmissione che io abbia fatto in oltre quaranta anni di attività”. 

PD, Draghi, Meloni, Berlusconi, Renzi, Letta, Di Maio, Conte, Berlinguer, Monti (per citarne alcuni), la situazione drammatica del Covid e coloro che ne hanno subìto gli effetti avversi e a cui non viene data voce alcuna, il giornalismo oramai becero e servo del potere a cui siamo forzati (“Ero annichilito per il modo in cui l’informazione presentava al popolo questo sacrificio ‘necessario’ della libertà, della creatività, della cultura, e in occasione dell’uscita di un mio nuovo libro, sono stato tra i primi a esprimere dei dubbi ad alta voce; anche se mi sono vaccinato, sono stato accusato di essere un no-vax. In una di queste ospitate Lucia Annunziata è sbottata: ‘Scusa’, mi ha detto, ‘critichi la Rai, ma noi mettiamo a confronto gli scienziati, li facciamo dibattere’. Ho replicato: penso che gli scienziati debbano trovare luoghi più adatti di un talk televisivo per confrontarsi. Ne ho sentiti due prima che arrivasse il mio turno: uno vorrebbe imporre il vaccino ai bambini, l’altro vorrebbe vaccinare anche le donne incinte. Che dibattito è? Ha risposto: ‘Parli così perché non eserciti’. E io: ‘va bene, ti saluto, grazie dell’invito, buon lavoro’. Sono stato bravo a non perdere la pazienza, avrebbe meritato un sonoro vaffanculo. A pensarci bene era stata sgradevole, ma aveva detto la verità. Come le capita spesso, disordinando le parole, che rimesse in ordine davano questo risultato: ‘Non eserciti perché parli così’): in poco più di un centinaio di pagine Santoro mette a punto una breve controversia sulla storia della nostra nazione, e lo fa in modo esemplare, obiettivo, ricordando cosa sia la costituzione, cosa sia oggi la politica, cosa è davvero l’informazione nelle reti di Stato, in che modo (forse) il popolo dovrebbe difendersi da simili sciacalli. 

Soprattutto lo preme il dibattito sulla guerra (chiarendo bene, con lemmi rigorosi, la dissomiglianza tra un uomo di pace e un pacifista). Si chiede: “Cosa intende fare il PD sulla Guerra, sulla Europa e sulla Rai? Il riarmo della Germania non lo preoccupa visto che non si parla di esercito europeo? Il Servizio Pubblico dovrebbe affrontare queste domande, produrre notizie e non solo emozioni, scenari futuri e spiegazioni sull’atteggiamento dei popoli che non condividono il nostro modo di vedere le cose: Cina, India, Brasile, Pakistan, Turchia, Sudafrica, Israele. Perché ungheresi e serbi hanno votato per candidati filorussi? Letta pensa che tutti questi paesi non siano abbastanza democratici, non assomigliano all’Italia dove il suo partito governa senza aver vinto elezioni. Pensa anche che mai come oggi in Rai le voci dissenzienti siano state così ‘squillanti’. Invece hanno fatto un deserto, approfittando dell’emergenza, e l’hanno chiamato obiettività. Sono andato in giro come la madonna pellegrina per raccogliere voti contro Berlusconi e sono al potere politici e tecnici meno potenti del Cavaliere ma che non sono diversi da lui. Censurano, favoriscono, emarginano. In Russia non c’è libertà, è vero; e in Ucraina c’è? Avete sentito una sola voce in contrasto con Zelensky? La risposta per gli ucraini è che sono in guerra, invece i russi no?”. 

Si tratta di pagine in cui emerge netto un urlo dolente nei confronti politici, dei tecnici interpellati per metterci in salvo, sofferenza per una informazione oramai con poche voci libere: sì, sono fogli spiacevoli quelli che si appresta a leggere il lettore, soprattutto perché Santoro, da ottimo cronista qual è, congiunge certuni fatti di casa nostra e altri internazionali: dalle Torri Gemelle alla pandemia, dal conflitto ucraino ai populismi, dall’emergenza climatica all’economia. E lo fa col suo solito portamento, esplicativo, acuto, che assurge quasi ad un appello comune verso l’azione del singolo, verso la ribellione su uno stato di cose oramai inaccettabili. E anzitutto, lo ripetiamo, sono pagine di allerta contro un possibile disastro nucleare, contro la guerra, contro ogni guerra che fa milioni di morti civili che muoiono non sapendone però il perché: Saltano in aria con le bombe e non sanno per quale ragione decedono. Lo ripeteva sempre Gino Strada, che hanno sepolto come un santo. Adesso, se fosse vivo, lo coprirebbero d’insulti. Sarebbe un ‘putiniano’ anche lui”.  

Guerra e terrorismo sono oramai una presenza ininterrotta nelle nostre giornate, ed essendoci abituati a tutto ciò, sembra si sia allontanato da ogni possibile dibattito (sia politico, sia pubblico) ogni avverabile dialogo sulla pace.

E questo sintomatico testo di Santoro rimanda ad un altro bellissimo libro che dovrebbe essere presente nelle nostre case, “La mia passione per la pace” di Thomas Merton (è stato uno scrittore e monaco cristiano statunitense, autore di oltre sessanta tra saggi e opere in poesia e in prosa dedicati soprattutto ai temi dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso, della pace e dei diritti civili), che dopo un forte impegno culturale e politico abbracciò la fede e divenne monaco trappista. Se lo si vuole, quello di Merton è complementare a questo di Santoro: riflessioni lucide e lungimiranti, brutalità del razzismo, pericolo di un devastante conflitto atomico: prima di Santoro (e come lui), Merton mostra concretamente l’esigenza di un mondo di pace, forse arduo da edificare, ma di certo immaginabile, con una spiritualità universale che unisca e non divida, in grado di ispirare aspettativa in un futuro migliore. Il mondo attuale in cui viviamo è colmo di incertezze, di competitività, di paura, dove interessi privati prevalgano su quelli comuni (Santoro lo espone con diligenza), e forse solo una consapevolezza di una ‘pace interiore’ utopistica, inequivocabile, può ‘liberare’ il mondo, un mondo ora troppo violento, rabbioso, dove l’odio prevale sull’amore, dove bramosia e invidia guidano comportamenti bizzarri, condotte che fanno cadere l’animo dell’uomo nell’angoscia e nella solitudine. Come sostiene il Dalai Lama dovremmo imparare la misericordia (diamine, siamo o no cristiani?), perché, servendosi delle sue definizioni, “Il potere più grande è quello che nasce dalla compassione che si ha nel cuore: il potere di creare a poco a poco pace e armonia nel mondo”.