NOVITA’. NICO: cerimoniali da catacombe che evocano la nevrosi umana

Escono “Live at the Hacienda ‘83” e “The drama of exile” ad omaggiarne la presenza di “sacerdotessa sciamana”. I suoi brani evocano la devastazione di un mondo gelido: una musica cerimoniale da catacombe che lambisce la metafisica

IL POETA E MUSICOLOGO MAURIZIO GREGORINI  

IN ESCLUSIVA PER IL MEDITERRANEO 

Sono in circolazione due elleppì di Nico editati da poco: “Live at the Hacienda ‘83”, uscito per il Recordo Store Day e “The drama of exile”, riproposta di alcuni brani del bellissimo “Drama of exile” (fu il suo sesto album pubblicato nel 1981 dall’etichetta Aura Records. Venne poi re-registrato sempre nel maggio del 1981 e pubblicato nel 1983, in una edizione semi-ufficiale, dall’etichetta francese Invisible Records), con l’aggiunta di tre brani, “Vegas”, “Saeta” e “Orly flight”, il primo di questi già stampato in “Hanging gardens”, primo elleppì uscito postumo nel 1990 dopo la sua morte avvenuta la mattina del 18 luglio 1988 a Ibiza quando, in seguito ad una caduta in bicicletta, ebbe un’emorragia cerebrale che la condusse d’urgenza in ospedale senza però salvarsi. I suoi ultimi anni, votati ad una autodistruzione e a un declino impressionante, sono narrati nel magnifico film del 2017 “Nico 1988”, in cui l’attrice Susanna Nicchiarelli ne riesce a portare a compimento la leggenda. Il lungometraggio è centrato sulla sua carriera da solista, soprattutto sugli ultimi tour che la cantante era solita proporre in Europa alla metà degli anni Ottanta (noi la vedemmo a Roma e ovviamente la intervistammo quando era on stage col suo “Camera obscura”, settimo e ultimo album studio, pubblicato nel 1985 e prodotto da John Cale), anni dove Nico era riuscita sia a liberarsi del peso incombente della sua bellezza sia a recuperare il rapporto col figlio sottrattole quando aveva pochi anni per la sua incapacità di essere presente e di dargli quel che un figlio si aspetta da una madre. Di questo suo periodo produttivo, significativi restano i due live ufficiali da lei permessi, il doppio “Behind the iron curtain” del 1986 e “Nico in Tokyo” del 1987. Tornando un attimo ai due vinili appena stampati, non si comprende come sia stato possibile pubblicare per il Record Store Day un disco imbarazzante tipo “Live at the Hacienda ‘83” data la sua pessima resa sonora, come se il concerto fosse stato inciso da un registratore in casetta mono e poi si sia tentato di recuperarne suoni e voce rimasterizzandolo al meglio; ne risulta una spiacevolezza infinita, soprattutto per la confusione di suoni impercettibilmente lontani, quasi irraggiungibili, e lo si esprime con amarezza, senza soffermarci di più sulla scadente qualità del progetto (è, in sintesi, una pubblicazione inutile. Se proprio desiderate, acquistate la colonna sonora del film del 2017: edita solo in vinile giallo, l’interpretazione della Nicchiarelli è incredibilmente identica a quella della cantante). “The drama of exile” è invece una sorta di bizzarra compilation per i suoi fan più accaniti; non a caso è stampata in una edizione limitata di mille copie. I dilemmi che hanno sempre perseguitato Nico in vita furono soprattutto discografici, legati alle royalties (mai corrispostele) e alla edizione dei suoi brani, incognita proseguita anche dopo la sua morte se si iniziassero ad elencare tutte le registrazioni pirata rese pubbliche dalla fine degli Ottanta fino a giungere ai giorni nostri. E ora un veloce ripasso per chi, inspiegabilmente, di lei sappia poco o nulla: Nico nasce a Berlino nel 1944, crescendo fra le rovine della Seconda Guerra Mondiale. Poi indossatrice a Parigi e comparsa per “La dolce vita” di Fellini a Roma. Un primo 45 giri inciso a Londra grazie all’amicizia con Brian Jones degli Stones (di cui fu amante) e a quella di Page.

Successivamente New York, dove incontra Andy Warhol che la inserisce prepotentemente nei Velvet Underground (produrrà il loro primo album) e in alcuni dei suoi film.  In fin dei conti sarà proprio il lungometraggio “Chelsea girl” a segnare il suo debutto da solista: vi si trovano cinque avanzi delle session coi Velvet e tre pezzi di Jackson Browne più “I’ll Keep It With Mine”, scritto appositamente per lei da Bob Dylan. Sempre a New York incontra e si innamora di Jim Morrison, da cui apprende il poetare in musica e, nel 1968, aiutata da pochi amici, incide “The marble index”, seguito nel 1970 da “Desertshore”. Nel 1974 registra “The end”, dedicato proprio al rocker dei Doors: vi si rintracciano parole di morte in cui è racchiuso il senso di una bizzarra esistenza: la sua voce narra un vademecum di frigidità incontrollabile, un martirio senza tregua: sacerdotessa di riti preistorici che passa la sua esistenza terrena tra infermo e paradiso, recita la solitudine e l’apocalisse. Seguono anni di silenzio per vari disaccordi discografici con la Island, interrotti agli inizi degli Ottanta, dove finalmente una certa critica si accorge di lei e della sua sconcertante presenza nel rock: senza patria, profondamente sola, enigmatica, col volto da tragedia greca che la rendono la più riservata cantante del rock gotico. I suoi primi album sono scioccanti: gli arrangiamenti suggestivi di Cale, la sgradevole avanguardia minimale unita al fantasma della sua voce: sono brani che evocano il deserto, lo sterminio di un mondo gelido, un conflitto interiore e cittadino senza precedenti; in conclusione: una musica cerimoniale da catacombe che lambisce la metafisica. Finali apocalittici, violini, archi, viola e su tutto l’intervento regnante del suo ‘harmonium’, con testi schizoidi osannanti la fine della magnificenza e un rimpatrio all’oscurantismo: insomma un vuoto cosmico che costituisce la base primaria della sua composizione: opprimente, afflitta da mistero e angoscia e proprio per questa spiegazione inspiegabilmente sublime, angelica, celestiale, divina, profetica, una musica in cui si intonano vecchi ritornelli di civiltà estinte. Non né un caso se il suo cantare in modo distaccato il fato tremendo del genere umano abbia un che di soprannaturale: Nico scruta da tempo immemore la disgrazia umana e tenta di trasmetterne la percezione alla folla di un’altra galassia. E no, non aderisce affatto al rock americano o inglese: indolente, freddissima, asessuata, dolorosa, la sua giustificazione del rock rimanda alla liederistica tedesca e ai “Carmina Burana”. Poi, la svolta coll’eccellente “Drama of exile”, dove visioni esotiche sono supportate da una band rock vera e propria, su cui aleggia l’aristocratico sospiro di una regina, di un’artista isolata, scortata da un labirinto di suoni barbari e aspri.

Come dissonante e ossessivamente elettronico sarà il “Camera obscura” inciso quatto anni dopo, senza però intuire che sarà l’ultimo lavoro: canto inquieto, alla ricerca di nuove identità, sostenuto da vibrazioni metalliche di strumenti da macchina ospedaliera (quando, ricoverato per una overdose di eroina il figlio è in coma, lei con naturalezza avvicina il suo registratore portatile alla macchina che lo tiene in vita per catturarne suoni e dissonanza da includere nel nuovo album, “Camera obscura”, appunto. Verrà allontanata con ampio disaccordo dai medici), sound istericamente metallico ma superbo, da padronanza di imperatrice assoluta del rock. Indiscutibile. E però, proprio il suo ultimo definitivo impegno discografico determina come lei stessa, definita la Marlene Dietrich del rock, avesse però dato origine ad uno stile tutto suo, che del rock ha davvero poco. E’ una espressione teatrale, atemporale e apolide che può, ad esempio, contenere in sé sia il raga indiano come la passacaglia del medioevo, uno stile che include i già citati “Carmina Burana”, i “Lied” romantici di Schubert, le litanie dei muezzin, un qualcosa di primigenio, inconsueto, che non ha eguali nella storia della musica mondiale del dopoguerra del Secondo Novecento. Amava ripetere a chiunque: Un vero artista deve autodistruggersi, mi pare che io ci stia riuscendo”.