SPORTELLO SALUTE. Oncologia: la ricerca del professor Federico muove lunghi passi avanti

A CURA DI ANTONIO VENTURA DE GNON

Il professor Massimo Federico si conta tra le più pregiate eminenze in campo medico. Le ricerche da lui condotte finora, sono riferite in oltre 600 pubblicazioni, più di 450 di queste, su riviste internazionali. Ha tenuto oltre 500 relazioni a congressi, convegni e seminari, in più di 70 diverse nazioni. Novosibirsk (Russia), Guajaquil (Ecuador), New York, 2016-2022 KYIV, Isole Galapagos per citarne alcune. E’ consulente per la realizzazione del Registro Linfomi dell’Ucraina. Questi, alcuni dei paesi in cui ha portato il suo scibile. Corposa la lista dei premi assegnatigli, che sono circa 20 ed il più lontano a Sidney in Australia. Poi ci sono le varie fondazioni create per la ricerca sui tumori e ben altro…

Che significa al giorno d’oggi essere uno

specialista di oncologia?

Significa essere impegnato nella diagnosi e nella

cura della malattia oncologica, mantenendo il

massimo di aggiornamento e di capacità di

comunicazione con le persone che, o hanno

paura di avere un tumore, o hanno un tumore e

necessitano dei consigli giusti per come

procedere.

Quanto è importante che uno specialista di

oncologia non si coinvolga, o non venga

coinvolto direttamente o personalmente con il

paziente?

E’ una condizione che si acquisisce normalmente

con l’esperienza. Il medico, giovane oncologo o

non oncologo, è molto più coinvolto

emotivamente dal paziente. Prendere delle

decisioni, specialmente in un campo come

l’oncologia, è assolutamente necessario che il

medico sia sereno, obiettivo e capace, anche

quando dovrà prendere le decisioni, quelle più difficili e meno digeribili dal paziente. Ci deve

essere un giusto equilibrio tra l’empatia, la

vicinanza affettiva al paziente, ma anche il

distacco per poter essere sereno nel formulare le

proposte terapeutiche.

Quali sono gli elementi che fanno si, che uno

venga definito un bravo medico, un bravo

oncologo, o un bravo specialista in generale?

Non spetta a me dirlo! Penso che, la qualità del

professionista, si possa desumere dal successo

professionale. Per esempio, un medico fa

l’oncologo nel Salento, ed aiuta i pazienti a non

fare viaggi inutili, lontano dal Salento, quello è

decisamente un medico bravo. Al contrario, se è

molto bravo dal punto di vista nozionistico, e non

riesce ad esprimere la capacità di dialogo con il

paziente, che sarebbe necessaria, può succedere

che il paziente preferisce andare a sentire un

secondo parere, in una città lontana dal Salento.

Ecco questo può diventare un buon metro di

valutazione della capacità globale del medico.

Sono sicuro che nel Salento, come in altre parti della penisola, i colleghi oncologi, sono

assolutamente di un ottimo livello, dal punto di

vista della qualificazione professionale. Sarà

dovere dell’utenza fare una valutazione

complessiva sull’efficacia dell’intervento.

L’intuito in un medico, in uno specialista, è

ancora un giusto supporto?

Basarsi sull’intuito, al momento, mi sembra

pericoloso. Oggi le diagnosi devono essere

confermate, non ci si può fidare solo

dell’intuizione. Dare una terapia sulla base del

solo intuito, come detto prima, è pericoloso.

Comunque può essere un mezzo in più per

arrivare alla diagnosi, e poi, arrivare a dare la

giusta terapia. Tornando alla domanda precedente, su quello

che possono essere i requisiti, che dovremmo

chiedere ai colleghi medici in genere, e non solo

agli oncologi, è quello di diventare amici dei

pazienti, senza lasciarsi coinvolgere nella sfera

personale della vita dei pazienti.

A Reggio Calabria, è stata fondata

un’associazione che si chiama “Linfo vita”, ed è

stata messa in piedi da pazienti che hanno avuto

un linfoma, che sono guariti o che convivono con

la malattia. Nell’ambito di questa associazione, si

fanno regolarmente degli incontri con i medici,

dal titolo “un medico per un amico”. Ecco una

buona sintesi di come oggi un medico, in

oncologia, si debba rapportare con il paziente.

Cosa l’ha spinta ad entrare nella specializzazione

oncologica? La scelta come avviene?

Nel mio caso, ho solo proseguito un percorso che

è cominciato subito dopo la laurea. Non posso

affermare che volessi fare l’oncologo dopo il

giorno della laurea, il mio obiettivo, era quello di

specializzarmi per diventare un professionista più

qualificato. Mi sono orientato verso l’ematologia,

poi, mentre lavoravo nel reparto di in

ematologia, si aprì la possibilità di andare a

lavorare nella nuova divisione di oncologia, che

stava per essere messa in piedi dall’università di

Modena. Accettai, e mi trovai a lavorare con

alcuni dei miei colleghi più esperti, e più anziani

di me, in oncologia. Il resto è venuto da solo, il

lavoro mi ha coinvolto, ed ho cercato di

migliorarmi, di perfezionarmi sempre di più,

arrivando ai livelli di oggi, che mi vengono

attribuiti

Come ricercatore, ha trovato nei vari congressi

e nelle varie esperienze all’estero degli imput

particolari, che l’ hanno fatto crescere in

maniera esponenziale?

S’impara sempre, non si finisce mai di imparare,

anche quando ti invitano come esperto. Oltre

all’aspettativa della platea di sentire cosa ne

pensi, è ancora più importante, ascoltare quello

che dicono gli altri. Spesso, forniscono elementi

che aiutano a migliorarsi. Circa un anno fa,

presenziavo in un congresso all’estero, ed avevo

appena finito la mia relazione. Dopo di me

sarebbe intervenuto, via web, un collega che

lavora negli Stati Uniti, precisamente a Houston,

in un centro oncologico molto prestigioso.

Introdusse la sua presentazione, dicendo che era

molto contento di essere stato invitato, al

convegno, e di poter parlare subito dopo il dott.

Federico, che settore oncologico era diventato

una leggenda. Mi è sembrato un giudizio

eccessivo, ma non posso negare che mi abbia

fatto piacere. Per quanto la stima e la fama

possano fare piacere non significa che si debba

smettere di impegnarsi e di continuare ad

imparare.

Adesso siamo a fine carriera, come orienterà la

tua vita professionale?

Fino a che si è impegnati professionalmente,

nella mia situazione, con moltissima esperienza

alle spalle, ed un futuro limitato davanti, cerca di

trasferire tutto quello che ha imparato, e che gli

viene riconosciuto come merito, alle generazioni

successive.

Quindi scriverai?

No, scrivere no, fino all’ultimo giorno, cercherò

di lavorare in equipe con giovani, che hanno

piacere di assorbire e di imparare da me, tutto

quello che so e per conseguenza, vengo

riconosciuto un esperto. Adesso abbiamo creato

un gruppetto, che si chiama “team”. Sono

quattro giovani colleghi, che collaborano a molti

oggetti di ricerca, che iniziamo insieme, e che

finiranno loro. Hanno una grossa fiducia nella

mia leadership, e mi considerano un buon

allenatore.

Una volta si pensava che la professione medica

fosse esclusiva degli uomini, ma le donne,

hanno capacità superiore o uguale,

considerando che hanno delle sensibilità

diverse rispetto agli uomini?

Non farei delle graduatorie, ritengo che le donne

hanno le stesse capacità di affrontare i problemi

che hanno gli uomini. Possono avere qualche

volta più sensibilità, e qualche volta di meno,

rispetto agli uomini, ma non farei gerarchie, non

farei graduatorie. Ritengo che debbano essere

riservati dei posti, solo perché uno è uomo, nelle

posizioni dirigenziali, nei ruoli importanti nella

nostra professione, devono essere scelte le

persone più adatte. Il genere non deve

rappresentare l’elemento di scelta. Ho avuto la

fortuna di allevare molti giovani, e ci sono dei

professionisti uomini, e grandissime

professioniste donne. Non ho mai fatto

graduatorie e non ho mai fatto distinzioni

particolari tra uomini e donne, e non ho mai

pensato che un uomo possa avere capacità

maggiori rispetto ad una donna. Sono orgoglioso,

quando una persona ha cominciato la sua

carriera con me, ed emerge, e diventa una un

medico di grande profilo professionale.

Il numero chiuso nella facoltà di medicina in

Italia, è stata una scelta saggia o sconsiderata,

considerando che ora sembrano mancare molti

medici?

Per come è strutturata la nostra società, che non

è capace di lasciare per strada nessuno, almeno

formalmente, non ci possiamo permettere il

lusso di avere 20.000 medici, e 10.000 di questi,

a spasso, perché non c’è lavoro. Non abbiamo la

forma mentis per licenziare i medici che vincono

un concorso, e che dopo qualche anno, non

rendono quanto la comunità si aspetterebbe,

mentre ci sono delle nuove leve che

meriterebbero. Un medico, e non solo nella

nostra professione, che vince un concorso, in

Italia, ha diritto di occupare quel posto fino al

limite della pensione. Se non cambia questa

capacità nella nostra società, di operare dei

ricambi quando sono necessari, mi sembra

sbagliato dire, intanto faccio scrivere tutti, e

dopo si vedrà. Durante gli anni ottanta, abbiamo

avuto un’ondata di assunzioni sul sistema

nazionale, perché negli anni ottanta, vi erano

moltissimi laureati e poche possibilità di lavoro

reali. Non volevano andare a fare il medico di

base, non volevano andare a lavorare nelle sedi

disagiate, e per conseguenza inventarono posti

dietro la scrivania. Furono aperti molti servizi,,

molte unità di controllo, assegnate a medici, Fu,

se possiamo usare questo vocabolo, drogato il

mercato del lavoro a medicina. La conseguenza è

stata, che per circa 10 15 anni è esistito il blocco

del ricambio. Se fino a 15 anni fa, avessimo avuto

il triplo degli studenti in medicina, non avremmo

potuto garantire a loro, neanche un posto di

lavoro, perché c’era quest’ondata di assunti,

avvenuta negli anni 80 e 90, che frenava il

ricambio. Adesso ci troviamo all’improvviso, che

la stragrande maggioranza di queste persone, è

arrivata all’età della pensione. Non essendoci

stata un’adeguata programmazione, che doveva

essere fatta 10 anni fa, per formare un numero

maggiore di medici, che servivano per

rimpiazzare quelli che andavano in pensione.

Sono dell’idea che, non corrisponde al vero che

mancano realmente tutti i medici in tutte le

discipline, probabilmente in qualche disciplina

mancano i medici, ma quello che oggi è è più

drammatico è che ci sono alcune specialità

mediche che non sono attrattive, per cui un

giovane si laurea in medicina, ma non vuole

andare in quella specialità. Noi ci troviamo con

100 persone che vogliono fare gli oncologi e co

zero persone che vogliono fare gli anestesisti. Ma

questa è una scelta che si doveva fare prima. Fra

sei anni si doveva sapere che si avrebbe avuto

bisogno di 6 oncologi, e sei anestesisti. Quelli che

non vanno a fare gli oncologi, vanno a fare gli

anestesisti, perché è indispensabile il bisogno in

quella professionalità, in quella disciplina. Dal

lavoro degli anestesisti dipende quello dei

chirurghi, il buon lavoro degli oncologi e di molte

altre branche della medicina. Non si può dire,

non ci voglio andare. Noi viviamo in un sistema

sociale, che ci ha garantito di arrivare alla laurea

con costi molto contenuti. Le nostre famiglie non

hanno pagato le tasse d’iscrizione dell’università

come le pagano negli States dove vi è un

mercato più libero, e la retta in una scuola di

medicina, può raggiungere i 70.000 euro

all’anno. Quante famiglie in Italia si possono

permettere di pagare 70 .000 euro all’anno, per

avere il figlio in una università prestigiosa? Negli

Stati Uniti, se uno va in una università

prestigiosa, e poi non si laurea, andrà a fare un

altro mestiere andrà a lavorare in campagna.

Non vi è la presunzione che, avendo lavorato in

medicina debba fare il medico, li è il mercato che

decide. Noi abbiamo fatto scelte diverse. Noi

abbiamo una società che vuole garantire di più,

ma la responsabilità è di chi decide e deve saper

pianificare. Sicuramente questo è mancato negli

ultimi 10/15 anni. Si sapeva che sarebbe arrivata

questa onda lunga, bastava guardare l’anagrafe

degli assunti, ed avrebbero visto che intorno al

2015/2020 avremmo avuto un pensionamento di

massa, ma nessuno si è preoccupato di questo

problema. Nel 2010, quando bisognava costruire

il ricambio, e fare in modo che arrivassero qui il

numero persone giuste, mettendo anche un po’

di equilibrio in alcune aree con un eccesso di

posizioni di lavoro nel pubblico, assegnate a

medici. Li si può sfoltire molto!