Stevie Van Zandt: “Memoir? Tutto ciò che c’è da sapere della mia vita non solo di musicista”

Ammissione inconsueta e imprevedibile quella che si consuma in queste pagine, dove valutazioni amare, smaliziate, si alternano a menzioni famigliari, spunti sociologici sulla natura dell’uomo, senza abbandonare scrupolosi esami politici o insegnamenti di storia del rock.

di Maurizio Gregorini

Strano a dirsi, ma vi sono libri autobiografici che – al di là che si intenda il rock o che non si provi interesse per la varietà provocatoria di alcune personalità – forse andrebbero letti da chiunque; è il caso di “Memoir. La mia odissea tra rock e passioni non corrisposte” (edizioni Il Castello, 382 pag., 22,00 euro) di Steve Van Zandt, meglio conosciuto come Little Steven e compagno (produzioni, arrangiamento, co-autore ecc. ecc.) di Bruce Springsteen, incocciato quand’era ancora adolescente. 

I due entrano in empatia immediatamente per gli ideali e l’emarginazione subìta, fino ad essere inseparabili e compagni di band (infatti, col soprannome di Miami Steve, Van Zandt diventa il punto fermo della ‘E Street Band’) mentre conquistano il mondo del rock; scrive e suona i più celebri riff di chitarra nei brani di Springsteen. 

Lascia la band dal 1984 al 1995 (“Perché negarlo? Non fossi mai andato via dalla band non sarebbero accadute parecchie cose: non sarei stato un solista che realizzava cinque album a tema che aspiravo concretizzare ad ogni costo, né l’uomo che recita. Poi magari Bruce avrebbe disfatto la band dopo uno o due album per fare altro. Non ci sarebbe stato l’impegno di ‘Sun City’. E forse Mandela rimaneva in prigione”, asserisce), anni in cui si dedica alla realizzazione di album da solista, appunto, a volte firmati come “Little Steven and the Disciples of Soul”). 

Questo libro racconta gli eventi imprevedibili di una vita sempre sorprendente e di amore connaturato per gruppi tipo Beatles (“‘Sgt. Pepper’? Apoteosi, periodo magico e irripetibile. Quello che penso io è che l’evoluzione musicale parta proprio da quel disco del quartetto di Liverpool”, afferma), Rolling Stones, o artisti quali Bob Dylan: non solo singola documentazione di un nomade giramondo e della storia di un attivista pionieristico, mai tomo che assurge anche ad analisi spirituale. E’ altresì un’ammissione inconsueta e imprevedibile quella che si consuma in queste pagine, dove valutazioni amare, smaliziate, si alternano a menzioni famigliari, spunti sociologici sulla natura dell’uomo, senza abbandonare scrupolosi esami politici o insegnamenti di storia del rock. 

E, come sovente accade nella vita di un rocker, anche il registro conserva allo stesso tempo scioltezza empatica che si scontra col gravante tormento (tipico degli italoamericani; suo nonno era nativo di Lamezia Terme – Calabria – i genitori sono invece napoletani; lui nasce negli Stati Uniti, a Winthrop nel Massachusetts, il 22 novembre 1950) di tributare alla propria esistenza un viaggio pienamente umano. 

Grande musicista e arrangiatore, fricchettone quanto basta, appena il suo delirio sta per fluire in realtà palpabile (ossia, divenire famoso e ricco), bisticcia con Springsteen, abbandona la band e viaggia in Sudafrica, all’epoca in piena apartheid, coll’intento di guidare la tattica della frangia estrema della rivoluzione nera. Nel resoconto fatto non c’è solo arte dei suoni o varie dismisure caratteristiche dei rocker (afferma come un tempo fosse “troppo impegnato a scopare e bere e a scopare e a drogarmi e a scopare e a giocare d’azzardo”), ma l’attività politica (divertente è il resoconto del rendez-vous con Rosario Murillo, moglie del presidente del Nicaragua, Daniel Ortega), la brama giornalistica, il suo impegno come DJ e quello di rocker intermediario persuaso di poter decifrare le controverta del mondo, la fondazione della sua etichetta ‘Wicked Cool’, la partecipazione stabile nel comitato per le nomine della Rock and Roll Hall of Fame, le serie televisive e il cinema: oramai celebre l’interpretazione di ‘Silvio Dante’ nella serie “I Soprano”, sequela tra le più iconiche degli anni Duemila, divenendone  uno dei personaggi più amati dal pubblico. 
Nel libro Van Zandt spiega minuziosamente in che modo, alla fine degli anni Novanta, l’emittente statunitense HBO avvia la produzione di quella che diventerà una delle serie TV più viste: la storia è quella di una famiglia mafiosa e lo sceneggiatore David Chase, colpito dalle foto e dalle espressioni del cantante sulle copertine dei suoi dischi, lo contatta direttamente per interpretare il consigliere del boss, protagonista dello sceneggiato, una occasione che condurrà Van Zandt di lì a breve a dirigere “Lilyhammer”, una serie dramedy realizzata tra Norvegia e America, in cui ricopre i ruoli di attore, regista e produttore (in un episodio arriva – come guest star – anche Bruce Springsteen nei panni del fratello del protagonista). Ed espressività di gesti, con estrinsecazioni adatte allo schermo, lo fanno arrivare anche al cinema: appare in un cameo de “Il vincitore”, di John Badham nel 1985, in “Qualcuno salvi il Natale”, di Clay Kaytis del 2018 e anche in “The Irishman”, di Martin Scorsese del 2019, insieme a Robert De Niro e Al Pacino. Impegni, questi, che non fanno sospendere il suo trasporto per la musica: ha pure un suo programma radiofonico in America, imperniato sul soul, sul rock anni Cinquanta, sul garage rock e altri sottogeneri cari al musicista: la trasmissione si chiama “Little Steven’s Underground Garage”. Eccentrico, acutissimo, eversivo, vanaglorioso ma altezzoso del suo sangue calabrese-napoletano, 71anni compiuti da poco, è la personificazione di chi, adoperandosi a decifrare le pertinenti attitudini, può dirsi un vittorioso, soprattutto per i temi politicizzati affrontati nel 1984 con “Voice of America”; con questo secondo lavoro – che a tratti ricalca il precedente “Men Without Women” per la siglata ascendenza della E-Street Band – , Van Zandt incrementa il sound con attacchi hard-rock che ne fabbricheranno uno stile tutto suo: si ascolti “Out Of Darkness” (singolo di cui MTV trasmise in rotazione anche il videoclip), “Checkpoint Charlie”, la struggente “Los Desaparecidos” o il pezzo, ma di sapore reggae, “I’m a Patriot”, ripresa da molti colleghi, tra cui Bon Jovi e Jackson Browne. Ma primari di questa produzione sono i testi, dato che l’intero disco è un duro attacco alla politica dell’allora presidente degli USA Ronald Reagan (e per questa ragione poco trasmesso dalle radio americane). Poi, avvenimento inimmaginabile, ci sarà il prospetto “Sun City” (Artists United Against Apartheid), da lui voluto insieme al produttore Arthur Baker per protestare contro il regime dell’apartheid in Sudafrica. Nato nel 1985 sulla scia di eventi come Band Aid (“Do They Know It’s Christmas”) e, soprattutto USA for Africa (“We Are The World”), nel brano gli artisti dichiaravano la loro indisponibilità ad esibirsi nel resort di Sun City e, per estensione, in Sudafrica fino all’abbandono del sistema dell’apartheid. Tra gli altri, vi parteciparono Miles Davis, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Pat Benatar, Herbie Hancock, Ringo Starr col figlio Zak Starkey, Lou Reed, Run-D.M.C., Peter Gabriel, Bob Geldof, Clarence Clemons, Darlene Love, Bobby Womack, Afrika Bambaataa, Jackson Browne, U2, George Clinton, Keith Richards, Ronnie Wood, Bonnie Raitt, Hall & Oates, Jimmy Cliff, Big Youth, Nona Hendryx, Lakshminarayana Shankar. Non tutti questi artisti appaiono nel singolo “Sun City”, ma tutti hanno partecipato all’elleppì che lo conteneva. Il video che accompagna il singolo è stato diretto da Jonathan Demme (“Fu una responsabilità spropositata, ma considerevole di emozioni ed incontri. Ad esempio, ho adorato Lou Reed, personalità molto forte, unica. Faccio quasi fatica a descriverlo, tanto era originale e divertente. Ma pure Peter Gabriel non scherza, socievolissimo. Il rock? Ha smesso di avere un’importanza nel mainstream, anche se è ancora molto significativo come esperienza dal vivo”, attesta). Nel 2017 Van Zandt riesuma i “Disciples of Soul” con una nuova formazione e pubblica con loro il disco “Soulfire”, costituito da pezzi scritti per altri artisti e reinterpretati dallo stesso Steven, cover e qualche inedito, quindi parte per un lungo tour tra Nord America e Europa. Il successo è così entusiasmante che dalle registrazioni dei concerti esce anche “Soulfire Live!” e di seguito pubblica il primo album di inediti dopo trent’anni dal suo “Revolution”: “Summer of Sorcery” (2019) è la consacrazione di chi ha capienza di collocare consonanza tra pubblico e critica.