A GRANDE RICHIESTA. Riproponiamo Il “Diario Minimo” da Serifos di Maurizio Gregorini

Dato l’interesse riscontrato sui social, pubblichiamo qui in esclusiva e per intero, il “Diario minimo” che il poeta Maurizio Gregorini ha scritto nei giorni scorsi nella località Panagia, sull’Isola di Serifos (Grecia)

Panagia, 13 settembre 2022

Serifos è un’isola particolare: frequentata poco dai turisti (che vi soggiornano soprattutto in agosto), ha solo il porto e Chorà come luoghi di aggregazione (nel modo in cui siamo soliti viverli noi nelle nostre metropoli). Qui, a settembre, vanno via anche i greci di Atene che in quest’isola hanno le seconde case. Da me, a Panagia, tutto diviene silenzio e quiete: la sera e la notte in particolar modo le stelle sembrano dichiarare che la luce si affaccia nei nostri cuori così, naturalmente. Fatta eccezione per Isidora (con lei parlo in inglese, ma sto azzardando di insegnarle un po’ di italiano) nessuno degli abitanti rimasti a Panagia parla un’altra lingua: è come se fossi proiettato in un mondo totale di analfabetismo, dato che non riesco a capire o tradurre nulla di ciò che è scritto in greco o se, volontariamente e con affetto, le poche persone rimaste – quando di mattino apro la porta della mia casa – sostano sull’uscio (offro caffè italiano a tutti) implicandosi come se nulla fosse, come se io capissi davvero ciò che intendono trasmettermi. Per fortuna che c’è il sorriso e la gentilezza a farmi intendere quel che mi enunciano. La mia casa: la cella di un ex monaco innanzi alla chiesa della piazza: nulla è casuale: in questi anni in cui una nuova poesia preme dentro e la necessità di isolamento, di meditazione, sorge dentro, questa piccola costruzione (ho chiesto a Isidora come mai ogni fabbricato qui è poco più di una stanza; lei mi ha dolcemente risposto che per la gente del posto tutto questo basta: le cose superflue sono messe al bando) sembra un destino amorevole: presuppone il totale distacco dalle cose ( frangente che in me già da anni si agita con inquietudine). Non ho televisore, né mai ho mai inteso – qui – installarlo; in casa non c’è minima traccia di campo (per ottenere una lievissima traccia di linea telefonica debbo andare in una via in cui l’apertura verso il mare è ampia); ho solo la musica a farmi compagnia poiché senza di questa non potrei stare, dato che anch’essa è un mezzo trascendentale per stare calmi e avvicinarsi al ‘Nulla’ (intendo la musica di Klaus Schulze, Philp Glass, Micheal Nyman, David Lanz, George Winston, Michael Jones o le “Passion” di Peter Gabriel. Ma in questi giorni ascolto prevalentemente i due dischi di Irene Papas con Vangelis, Melina Mercouri e Nana Mouskouri). Ne traggo che l’isolamento poetico già scelto precedentemente e che in questo lampo apprendo come mai accaduto prima, sarà la sola unica via da percorrere per il tempo rimasto da vivere (tanto più che ciò che vado scrivendo adesso in poesia sembra ostico a molti. E che farci? Del resto sia Whitman che la Dickinson non hanno conosciuto lettori – forse Whitman un po’ di più dato che almeno una sessantina di copie del suo capolavoro, in quarant’anni e combattendo molto, ha potuto venderle sebbene con difficoltà – e la loro grandezza, unica, inimitabile, è rimasta per tanto tempo all’ombra). Se non lo si prova per davvero (e qui essere SOLI significa realmente qualcosa), si può proprio accettare che un certo tipo di mondanità non ci appartiene, che per davvero ogni cosa è Maya, inganno. In Panagia non ci sono altri stranieri adesso, ed è una fortuna. Essere immersi da analfabeti in un mondo rurale è ciò di cui necessito. A farmi compagnia c’è il sensuale enigmatico raglio di un somaro triste e bellissimo nel terreno sottostante casa… Se non fosse per quattro cinque persone che mi abitano nel cuore, che mi legano al mio paese per forza di cose, resterei qui l’intero inverno…

14 settembre 2022

Sotto insistenza di Leti e Isidora (mi sono rifiutato con forza di usare doccia in hotel da Leti giù al porto – Livadi – o a casa di Isidora) è venuto tecnico per scaldabagno (non funzionante dal mio arrivo; forse tenerlo spento per un anno intero causa difetto). Ad ogni modo, dettami la spesa (che farò l’anno prossimo; ora non ne ho proprio voglia) ho deciso di rimandarne sostituzione: apriti cielo: ‘come puoi stare senza acqua calda?’, sostengono. Invece per me è una benedizione: ogni mattino farsi docce fresche che reggono attiva la mente. Anche in siffatta condizione c’è la mano di qualcuno che intende farmi vivere questi lunghi giorni in un modo determinato. Meno male che non ho invitato nessuno con me: sarei stato costretto a cambiare scaldabagno causa lamentele e privazioni di agi… oh com’è bello stare da soli, senza altrui seccature, senza altrui commenti superflui… ogni giorno una gioia conquistata. Ieri mattina, nel Monastero qui vicino, c’è stata la solennità della ‘Croce’ (sono ortodossi) a cui non ho potuto partecipare perché non sono né greco, né ortodosso. Una vera tristezza. E dire che ero sveglio dalle cinque del mattino per potervi assistere… ma altresì ho potuto godere di un’alba spettacolare dall’alto del monte sul mare. Oggi andrò al cimitero: il Pope farà una preghiera speciale per i morti (sarà una lunga cerimonia) e per mia fortuna qui vi potrò sussistere. Potrò dare così i nomi dei miei cari affinché il Pope ne benedica lo spirito. Poi, sarà festa con cibi e dolci e vini… trepidante attesa di… ❤️❤️❤️

16 settembre

Sveglia alle 5.00 per poter godere della prima luce. Qui le prime luci sono magnifiche, come surreali sono i tramonti; quello di eri sera era di una struggezza che inseminava l’animo. Anche in questo luogo avverto presenze che mi accompagnano, come qualcosa di invisibile che ha cura di me, mi sostiene (la piazzetta della chiesa dove la mia casa sporge è stata edificata sopra un cimitero. Chissà, può darsi che di notte, nella quiete assoluta, queste anime rivendicano una vita di cui alcuno ricorda nulla. Il ‘Nulla’: nulla siamo, nulla siamo stati, nulla saremo, se non energia e coscienza che muta la sua forma in spazi celesti illimitati): è ancora riprova ed esperienza che in questa casa qualcuno oltre me, c’è. E’ veicolo di buon auspicio, senza ombra di dubbio. E tra le luminosità trasparenti del primo fresco mattino mi si pone il quesito di chiedermi che estensione si possa avere dopo la fine, in che modo ci si potrà muovere nello spazio. Qui, proprio qui, intendo che tutto è il risultato di una connessione tra l’incorporeo e il reale, la prova che il mio linguaggio poetico è vibrazione assoluta sintonizzata con l’universo. Sono e resto in assenza di rumori, e dentro di me si scatenano tempeste: stare qui, in Italia o in altri luoghi non vuol dire niente: apparteniamo allo spazio; il carro della mia vita percorre con ruote incandescenti terre senza nome; qui il ritmo del respiro delle piante (io lo capto), dei fiori (che ti interpellano), degli animali, delle cose tutte, si scontra con quello di ogni umile della terra. La terra: fantastica nave spaziale che si sposta nella via lattea (niente è stabile; tutto è movenza) e che accoglie cieli, mari, spazi limitati, ed è carcere del nostro cuore. Un poeta dovrebbe essere colui che media profezie e crea ponti tra l’adesso, ciò che c’è stato e quel che verrà. Intreccia sensi e accezioni di un invisibile che ai più resta inaccessibile. Una realtà che si paga con l’estromissione dalle regole del mondo conosciuto e che crea inimicizie inspiegabili. In questo posto si comprende che non c’è religione o credo che non si ponga l’obiettivo di sollevare il dolore di essere caduti sulla terra; ne deduco che non c’è nulla che possa salvare l’uomo e il senso di poesia se prima non riconosciamo la santità divina che alberga in noi: il mistero, l’innocenza, la dolcezza che possiamo rintracciare – ad esempio – negli animali (che massacriamo, uccidiamo, torturiamo per abitudine e superiorità. Se non la finiremo di considerare inferiori anche queste – categorie? – presenti spiritualmente, anche l’arte poetica avrà cessato il suo concetto di bellezza). Capisco come mai prima che splendore del mondo non può essere l’intelletto, ma l’innocenza che si rintraccia in ciò che volgarmente siamo solito definire bestie o natura. Un nuovo linguaggio potrà svegliarci? La poesia è oramai zona franca, soprattutto per me: dovrei bruciare ogni scritto vergato finora e avventurarmi verso una lingua sconosciuta (impresa veramente ardua se la lingua del “KI” – così chiara, scintillante – è di per sé già ostica al prossimo). Sarebbe un vero viaggio dentro il mio cuore, il solo delicato movimento dell’animo che potrà onorare colui che sono, un poeta sì (vivere con la consapevolezza di essere un certo tipo di verseggiatore non è mai stato agevole, né mai lo sarà), ma che da adesso in poi dovrà abbracciare solo aree di miglioramento per scenari incomprensibili che svaniscono nella suprema fonte dell’autorità del cosmo. 🌺🌺 (Del resto non avevo annotato qualche anno fa come, approdati ad una certa verifica della vita, ogni poeta dovrebbe avere un commiato sempre più forte, non solo dalle cose, ma anche da chi gli è intorno? Il raccoglimento ultimo che dovrebbe divenire la rosa decisiva di un ‘essere poesia’ non può essere condiviso se non dal proprio battito spirituale. Ed è questo che mi prostra: il non saper tagliare ogni ponte che mi conduce ad una sterile condivisione del tempo speso tra incontri cene chiacchiere e stoltezze varie. Egoismo? Non lo credo più. La realtà è molto più bella e profonda di questi passatempi inutili)

17 settembre 2022

Ieri sera ho preparato insalata e poi, dopo aver proseguito la lettura di O’Halloran, subito a riposare. Durante la notte il sonno era piacevolmente disturbato da una essenza che, quasi mi abbracciasse e tenesse stretto, fondeva calore al corpo e si manifestava con bagliori leggeri. No, non era un sogno. Piuttosto una realtà intermedia tra qui e l’altrove. Non mi interessa essere creduto o compreso; non ce n’è più bisogno. Alle 5.40, data la sensazione di essere osservato, ho aperto gli occhi: sul tavolino accanto al divano (non dormo sul letto del soppalco) mi guardava intensamente – e come affascinato dal mio esserci – la bellissima faccia di un piccolo topolino di campagna (dormo con la porta aperta). Deve essere entrato dentro attratto da qualcosa; fatto sta che ci siamo osservati e scrutati nell’assenza dei rumori mattutini per un bel po’. Col suo sguardo fiero, fisso, immobile nella sua graziosità, parevami volesse annunciare l’equilibrio della senzienza. Del resto, come me, anche lui ha diritto di vivere, di esistere al presente. Avrei tanto bramato fotografarlo, ma non mi sono mosso di un solo centimetro per non interrompere l’incanto. Poi, furtivamente, è uscito di casa e restato in attesa. Aveva forse fame? Ho aperto il frigorifero e lasciatogli sull’ingresso del formaggio che in parte ha mangiato con gusto, in altra parte ha portato con sé. Spero ritorni. Fatto il caffè, preso yougurt, fumato sigaretta… infine una serie di voci mi ha chiamato: alcune donne del villaggio erano in piazza, per pulirla e ripulire la splendida chiesetta bizantina del Mille che ne domina i contorni. Ho preso la scopa e mi sono unito alle pulizie (ore 7.00) creando sbigottimento ed euforia. E’ evidente che nei villaggi all’interno di Serifos vigono rituali antichi, come quelli che ad un uomo non spetta simile compito (ma il mio vicino mi ha guardato sorridendo – senza però partecipare – e dopo aver pronunciato con enfasi ‘Kalimera’ non faceva che ripetermi in italiano ‘grazie Mauro, grazie Mauro’; indubbiamente il diminutivo gli deve riuscire più semplice che pronunciare per intero il mio nome. Ma sono io che ringrazio loro). Poi fiori splendenti e incredibili e freschi e profumati per le icone, e lavatura pavimento della chiesetta. Mi sono sentito parte integrante di una collettività magnifica (in fondo piazza e chiesa mi appartengono un po’ dato che la mia casa vi si affaccia). Non sono un essere religioso; alla religiosità di ogni credo oppongo il mio essere spirituale; ma la genuinità del cuore, la mente esaudita e scevra da condizionamenti che ne è scaturita alla fine dell’impegno è qualcosa che da tempo non provavo. Mi sento come un frate che nel suo tempio ha adempiuto ai suoi vincoli mattutini. Mentre operavo alle pulizie, l’intero mio “KI”, finalmente (un traguardo?), mi è apparso più lucido sull’intesa della vita come della morte (ieri, dopo la cerimonia per ricordare i defunti, Isidora mi ha fatto vedere il piccolo spazio compratosi nel cimitero: anche se non vive fermamente qui ma al Pireo, morta, vuole stare lì, davanti allo spazio e trasparenza del mare; un angolo di una attrattiva così tale da toglierti il fiato. Un suggerimento? Chissà…). Non saprei descriverlo con lemmi esatti, ma qui, adesso, e non in un altro momento, tutto sembra avere legittima sede, l’esatto senso. Scrivo sul tavolino fuori dalla mia casa e le lacrime non smettono di scendere: queste donne così insolite e vissute e colme di una grazia speciale mi osservano, senza commentare niente: e cosa ci sarebbe da dire che poi oltretutto non capirei? Però contengo quello che c’è da intendere: mai così pregnante senso di liberazione e serenità e pace e poesia è sceso in passato nel mio cuore. Amare tutto, amare tutti, anche i nemici (avvenimento sempre eseguito nella mia vita), ché se li ami, gli avversi smettono di essere tali, anche se intercorrono relazioni possibili. E’ stare in quiete con sé stessi, lasciare andare tutto quello che non è realmente importante, comprese le follie delle metropoli e di un mondo che sempre più vuole soggiogarti, sopprimerti. Qui non c’è spazio per carneficine dell’animo né per massacri di cuori. E’ tempo di tornare dentro di sé. Sarà davvero dura al mio rientro creare ancora più distanze di quelle già messe in atto. Non c’è più bisogno di altro. Anche l’esperienza di questi scritti (biografici?) termina qui. 🌹🌹

(Pomeriggio: ho dimenticato di annotare che qui il basilico non è solo una pianta ornamentale, ma Sacra: nessuno la utilizza per i cibi; è fuori e dentro le chiese, vi si onorano i morti e le loro ricorrenze: ad esempio, se si va in cimitero, si porta con sé un rametto di basilico quale dono prezioso per le spoglie. La piazzetta dove affaccia la mia casa-cella, ne è colma. Spesso, la notte, quando il vento alita leggero e si insinua tra i vicoli e le mura dei minuscoli edifici, il profumo del basilico invade e si insinua ovunque, arriva ed entra in casa avviluppandoti, ed è così pregnante e buono e mistico, che ti sembra di esserti fatto una sana e buona dose di stupefacente)

19 settembre 2022

Mi ero riproposto di non annotare più niente, però… Non ho mai ringraziato con consapevolezza estrema tre donne importanti della/nella mia vita per i loro sacrifici nei miei riguardi: mia madre (che m’ha messo al mondo e ha sacrificato la sua giovinezza per me e i miei fratelli); Letizia (a cui devo tutto poiché ha saputo tirare fuori di me il poeta che alloggiava dentro il mio animo); Raffaella (la donna che avrei sposato se il mio orientamento sessuale fosse stato un altro, un’amica del cuore, una compagna d’avventure, una presenza costante). E’ tempo di lasciare indietro riservatezze e di iniziare a parlare seriamente ❤️ (avrei dovuto farlo già da tempo e non è che non l’abbia fatto, no. Semplicemente devo farlo di più e con più forza. E’ considerevole e necessario. Lo è almeno per me. 

Pomeriggio…

Quando, dodici anni fa, questa minuscola casa fu comprata, comprendeva un arredamento essenziale. C’era anche questa cornice con incluso ritratto; non me ne sono mai disfatto… mi piace pensare, credere, che sia stato un passeggero in queste mura… un amabile ignoto che, posto sopra al divano dove dormo, governa i miei sonni…

20 settembre 2022, notte

Anche qui (che del resto è un luogo incantevole), vigono contraddizioni: in questi giorni ho avuto occasione di visitare splendide nuove case sul mare (di amici conosciuti ora), con terrazze incredibili e spazi agevoli e stanze corredate di ogni comfort possibili (una sorta di villini indipendenti) e vari bagni per ognuna di queste, e spazi, spazi, spazi ecc. ecc. (il mio non è necessariamente un giudizio; non mi autorizzerei mai. Ho troppo rispetto per la disponibilità, la simpatia, la vivezza e la spontaneità gentile di questa magnifica gente). Non mi ha colpito il lusso, questo no, piuttosto il ripetersi di un agio eccessivo di cui non comprendo il bisogno (la maggior parte dei proprietari che ora hanno costruito vive ad Atene, ossia due ore di ferry di qui al Pireo. Tratta tipo Roma-Napoli in macchina, dunque fattibile in giornata): ha senso replicare lo sfarzo, l’agio di una vita che già si conduce quotidianamente ‘altrove’? Allora, per contro, giro spesso tra le case in rovina qui a Panagia (una stanza a volte un po’ ampia; in altri casi, se si è fortunati, due stanze, nulla di più, alcune con il cesso fuori. Mi ricordano quelle del paese di mia madre che frequentavo da bambino), e guardo rapito dall’incanto un mondo che per davvero sta tramontando: sono certo che se avessi soggiornato in una delle case visitate o se questa mia piccola casa fosse stata, non so, a Livadi, giù al porto, di certo non avrei potuto godere minimamente della suggestiva sperimentazione mattutina: coesione di tristezza per le dipartite, commozione di rito bizantino, rievocazione del nome del defunto affinché si instradi verso una illuminazione cosmica… tutto questo in una sorta di fratellanza famigliare in cui sono stato coinvolto che rende ancor di più piacevole la povertà (ma è davvero così?) di certi luoghi. E se avvicinandosi alla fine del nostro essere qui sulla terra noi dovremmo in realtà togliere, togliere, togliere… che senso ha invece andare avanti verso il capolinea ultimo del respiro circondandosi sempre più di lussi superflui? Nel frattempo ho rifiutato l’offerta di usare lavatrice di Isidora preferendo di gran lunga lavare i panni sporchi nel piccolo lavabo del bagno… riscoperta di incalcolabile piacere meditativo 🌹🌹

Ancora notte…

Devo serrare risolutivamente il terzo atto del mio libro, l’unico, il ‘KI’ che tanto pesa sul cuore e m’arreca una dolenza costante… ma in che modo spuntarla? L’esame d’accompagnamento verso la morte di Angelo non pare ultimato, affatto: quotidianamente si intestardisce dentro di me, si esibisce…  Ah!, la memoria sui cari che non ci sono più, questo assurdo sentire i ricordi che frantuma l’animo… Come mettere fine a questo libro faticoso che termine non pare avere? E intanto, all’istante, la poesia preme…:

La filosofia sanguinaria della mia conservazione

non sorregge ammassamento nella lettura dei fogliami del fato,

nel presentire che arrecare autorevoli liberalità

sulle sacre geometrie dell’infinito, sulla mistica che ci presiede,

sarà area di crescita, consenso, resa, e mai rassegnazione:

avere degli indizi non esprime sapere cosa si cerca:

accogliere non vuol dire lodare, ma lasciare che tutto sia com’è:

così, rifiutare le sventatezze che contrassegnano il percorso

per una pace ininterrotta, attuare deliberatamente amore,

sarà empirica convalida delle esperienze mie, 

lo schiudimento delle intenzioni, fase d’insolenza naturale

di collaudare la realtà su scenari che svaniscono;

perfino la morte è disfatta se gli incendi, oramai, sono di corta durata.

E voi? In che modo siete visti, intesi, alla fonte della Luce e Verità?

Ecco, altro spasimo, sempre sofferenza, petulantemente lancinante. Per quanto tempo ancora?, che fare? Dovrò inserirla in “Senso di destinazione”?, Oh!, questo terzo atto del “KI” che proprio non ne vuol sapere di capitolare…

Verso l’alba

L’assenza di totali distrazioni (i social, le vicende del mondo – ah! stare senza tivù per giorni e giorni -, i cicalecci amichevoli) fa credere che il tempo si sia allungato, i giorni scorrono lenti, le notti spuntano eterne: le ore indivise preordinano al raccoglimento idilliaco… il grande Borges sosteneva che “Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere”: adesso ho assimilato per davvero quel che aspirava chiarire. E in effetti: cos’è che può recare disincanto? Quale controversia possibile che faccia cessare una profonda conoscenza della inclinazione? Ecco perché resto in costante attesa della ‘visione’: la mia poesia non rasserena, turba, e il “KI” spietatamente lo dichiara. E’ che -a mio avviso – molta della poesia moderna manca di forza, delle tempeste oceaniche che il cuore sovente scatena: essa si mostra asservita a ciò che il pubblico, in sostanza, desidera leggere. Chi, come me, sa imporre in poesia principi e norme sconosciuti e sa superare le mode poetiche in voga nei decenni in cui egli è costretto a consumare la sua esistenza, è colui che potrà godere di una posterità eterna (il mio amato Whitman ne è prova). Così, essendo io un poeta dallo spirito libero, anticonformista e intento istigatore, amo soltanto gli artisti (poeti, musicisti, scrittori, pittori ecc. ecc.) che risultano essere eccessivi e contrari al sentire comune: la diversità del poeta, ad esempio, risiede nel fatto che egli si muove e si comporta come più gli aggrada. Ed è per questo che ogni democrazia che sia tale dovrebbe sostenere senza limiti le azioni e i pensieri dei poeti, degli artisti (quelli veri, ovvio. Non quelli di professione). Ma, tirando le somme, in risolutiva, credo che quello che gli avversi non gradiscono di me – soprattutto in poesia – sia il fatto che io non mi scandalizzi di nulla, che anche ad ogni forma di anormalità do un concetto spirituale, che do il proprio nome ad ogni cosa o fatto o accadimento, e che ripongo tutto questo esperimento, con gioia e autodeterminazione, nei miei scritti. E questo crea seccature, me lo si fa scontare. A me non interessa, né da simile contesto me ne viene spasimo; ma mai mi è stato chiaro come adesso, in tale sorgere di un albeggiare dove nemmeno un gregge di rapide alieniate nuvole ottengono di celare le varianti della luce di un sole di fine estate, anch’esso perverso.

… rileggendomi scopro che questo scritto si sta avviando verso una confessione inconcepibile… 

…tutta questa tranquillità attorno e a cui non sono avvezzo non mi arrecherà danno?

21 settembre 2022

Stamane mi hanno svegliato dei gorgheggi simili a versi di uccelli: un bellissimo bambino di forse due anni correva allegramente sulla piazza a sua volta rincorso dal giovane (e bello, bello) padre che faticava a trattenerlo; il trottare tra gli alberi e il suo misterioso dialogare tra vocalizzi e grida e entusiasmo mi hanno fatto credere stesse giocando e rivolgendosi a qualcuno o qualcosa che vedeva solo lui. E’ noto come, da molto piccoli, portiamo con noi sulla terra la nostra famiglia celeste, riconoscendone per breve tempo la presenza prima che educazione e cultura e indottrinamenti ci lavino la mente e la sensitività del mondo etereo che portiamo con noi. Dolcezza e innocenza in un silenzio senza riferimenti possibili si stagliano, mescolandosi, con la luce del mattino, col vento leggero che preannuncia l’inizio della fine di questa stagione: bisognerebbe restare così puliti per sempre durante il corso della nostra vita, o quantomeno, tentare di recuperarne il senso. Qui tutti si stupiscono della mia posatezza: non prendo quotidianamente la macchina per scorrazzare verso il mare, giù dal paese verso ogni eventuale spiaggia (ce ne sono di incredibili, con le rocce che dall’alto rovinano mozzafiato nella cristallinitá liquida dei fondali a riva. Ma, aldilà di immensi assurdi scenari immaginabili, al mare mi annoio, profondamente. Preferisco girare sui monti e godere delle capre, dei gatti e degli altri minuscoli esseri che noti se, immobile seduto su di un sasso, lasci che la loro vita svolga senza interferenze esterne); le poche persone che qui vivono restano esterrefatti dal mio restare in cella la maggior parte del tempo e di leggere, leggere, leggere, sempre e solo leggere. Vedono tutto, sanno tutto, ed è giusto così (salvaguardano, cioè, la loro monotona freschezza). Questa casa e la vita qui mi piacciono perché tutto il resto è finalmente davvero disgiunto, finalmente discosto (Roma, il lavoro, chi conosco, le telefonate inutili, il trattenersi con conversazioni superflue e noiosamente irritabili, le abitudini di grandi città, i gossip giornalistici, le bollette, le scadenze, l’affanno, l’inquietudine, l’essere per forza di cose una macchina produttiva per un progresso che sta sterminando tutto, noi compresi). Ieri sera ho terminato di leggere i magnifici diari di O’Halloran, monaca buddista risvegliata al bodhisattva a soli ventisette anni (aveva lasciato l’Europa e scelto una vita difficile in vari monasteri giapponesi, camminando scalza nella neve per la questua quotidiana, pulendo i monasteri dove alloggiava, pregando e sforzandosi di liberarsi dall’ego, dai timori, dalle inutilità e compromessi che sempre la società corrente comanda all’individuo) e morta subito dopo a causa di un incidente stradale: il suo diario è espugnazione suprema di come ad un certo punto della nostra esistenza (se ci si riesce; impresa non di poco conto) ci si debba rendere conto di avere cura di tutto semplicemente perché tutto esiste: fiori, alberi, rocce, aria, manifestazioni di elementi che all’unisono scatenano umori di magnificenza: usando le sue parole è davvero chiaro che “noi non siamo niente di più niente di meno di tutto il resto”. Lo so, avevo stabilito di non appuntare più sensazioni e significati di questi giorni (ah, fossero interminabili!). Ma, non so promettere, sono imprevedibile e come sovente mi accade coi versi, anche in queste ore qualcosa preme e decide autonomamente di comandare: però si tratta di un qualcosa che apre le porte di un luogo senza porte, la cui entrata è facilitata da una unica lucida predisposizione. L’esperienza del “KI. Segni dallo spirito” (oramai il solo libro scritto a cui tengo in modo eccelso e tuttora inarrestabile, al limite dell’ossessione. Sebbene conservi una forma di rispetto per ciò che sono stato e ho vissuto, il resto dei miei scritti non mi riguarda più. Ma perché continuo a ribadirmelo? Che devo ancora concepire?) forse, si è conclusa definitivamente. Il passato (emozioni, dipartite, perdite, successi, insuccessi, incontri, diffidenze, dialoghi, lavori, edificazioni, legami ecc. ecc.) oggi sembra non esistere più; forse non vale neanche erogare ricordi. Andato. Chiuso. Il futuro resta una ipotesi nemmeno tanto allettante (ma ci saranno – lo so, lo sento – ancora albe, tramonti, giornate di sospensione verso l’inesorabile struggenza del vivere). Negarsi sempre di più, evitare perdite di tempo inutili, divenire irraggiungibile anche nella scrittura: questa dovrà essere la strada da percorrere per un’autentica liberazione… Al mio ritorno, m’attenderanno separazioni faticosi, ma non potrò agire in altro modo. In questi casi il sovvertimento non può – non deve – essere collettivo, ma personale. Nel frattempo i passeri cinguettano felici (ho lasciato loro – come ogni mattina che mi alzo – molte briciole di pane e vederli mangiare mi soddisfa. Li guardo da dentro la casa e loro guardano me: intendono che sono io a fornirgli il cibo – indubitabile – e ringraziano coi loro canti); le formiche fuori la porta di casa interminabilmente sono affaccendate a portare nelle loro tane ciò che ho lasciato loro (briciole e minuscoli sgretolati avanzi della mia cena di ieri. Alimenteranno il loro inverno); il minuscolo grazioso amico topo deve essere tornato di notte: non c’è più il formaggio lasciatogli in una ciotola sul tavolo; ne sono felice anche se vorrei incontrare di nuovo i suoi teneri occhi e la dignità del suo sguardo… stare solo? ah!, ma che isolamento: che compagnia unica è questa!… così il mio divenire, anche poetico, sarà nel risultato, nella forma della percezione di un collegamento incomparabilmente invisibile agli occhi umani… la nostra vita altro non è che un respiro che pencola su di un precipizio che frana e non concede soste…: “Cigolando verso l’ufficio postale/ sulla mia bici arrugginita/ ho visto un Iris viola/ selvatico nel verde lucido della risaia./ Avrei voluto mandartelo./ Posso soltanto dirti che era là” (O’Halloran). Versi splendidi, che dal mio cuore invio a chi sa: da ultimo il tempo della nostalgia per la perdita comincia a smarrirsi nella nebbia dell’aurora sulle vette dell’animo… E’ arrivato l’allegro Fanorius, (l’avvenentissimo cane di Isidora) tutto solo a darmi il buongiorno… Inizio ad avere finalmente cura di me. Abbiate cura di voi 🌺🌹

21 settembre, notte

Ad un certo momento del proprio cammino, “Chi sono io”?, “Che ci faccio qui”?, che soddisfi o no, sono le domande che ognuno di noi si pone involontariamente (quesiti della coscienza che a partire da Bruce Chatwin fino a giungere a Battiato – tanto per fare esempi schiocchi – per altri, spesso, sono rimasti inevasi). Dovremmo prendere anche noi l’abitudine di concludere il nostro ciclo vitale con il componimento di un Haiku in cui si racchiude il senso compiuto della propria presenza su questo pianeta (sono brevi componimenti a carattere lirico composti da diciassette sillabe disposte in tre gruppi – cinque, sette e cinque – tipici della tradizione giapponese. Di solito a scriverlo erano i monaci tibetani a cui, morenti, si chiedeva il componimento quale significato estremo della loro intera esperienza terrestre); farlo porterebbe a creare anche per noi una gradevolezza nell’accettazione della mancanza di risposte esaustive. Non si tratta di essere religiosi (io, ad esempio, come ogni poeta o scrittore, credo di esserlo. Ma non ho assolutamente, dentro di me, la certezza di un Dio prigioniero di formule care alla Chiesa o ad altri fondamenti, francamente inaccettabili se Egli è ovunque e in primissima nel nostro animo: la mia religiosità è una delle strade in cui lo spirito manifesta la sua scintilla divina) ma di trattare le proprie persuasioni con ragionamenti segreti, che iniziano il loro bizzarro corso dal momento esatto in cui il concetto di “abolizione” stagna nel cuore: via le cose inutili, via chi si impegna con arguzia a farci perdere tempo, via alle distrazioni: dire “NO”, averne tutto sommato la forza e anzitutto tacere, non dare chiarimenti. Un maestro zen una volta disse: “Amo tutte le persone al mondo, ma ne tollero al massimo l’uno per cento”. Se lo spirituale si basa sulla “convalida empirica di esperienze individuali” (ossia, la differenza che può esserci tra l’aver appreso una informazione, un fatto, e conoscere invece per esperienza diretta), se ne dovrebbe dedurre che una emozione ultraterrena possa essere non solo inebriante, ma conferma di un idioma sintonizzato sulle frequenze della realtà interplanetaria.

In viaggio…

Ci sarà un modo, una via, per non esistere più con un IO divenuto vecchio?, incenerito? Un distacco totale da permettersi una nuova linfa esistenziale? Una maniera di riscoprire l’innocenza dell’anima come si fosse atterrati in una terra sconosciuta che dia la possibilità di vivere con stupore, quasi si guardasse alle cose, alla natura, al circostante, con occhi per davvero aperti? O, come sempre, si tratta del solito miraggio di un paradiso e di una pacatezza irraggiungibili? E’ che quando non ‘si è più quel che si è stati, ogni opportunità pare concretarsi con una forma così manifesta che cambiare vestito, abito, sarà mutare ogni cellula, come una serpe che, alzando la testa sul magnifico verde del suo mondo, lascia cadere sulla strada percorsa la pelle consunta delle sue mutevoli naturali metamorfosi.