Vangelis, è morto a 79 anni. La sua inventiva siderale ha valicato ogni allucinazione. Confezionando saporosità, trascendenza, passeggi psichici 

L’annuncio della morte di Vangelis Odysseus Papathanassiou, avvenuta in un ospedale parigino nel quale era in cura per una malattia, è stato dato dal primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis con un tweet. Si è poi appreso che è deceduto per complicazioni da Covid
Il grande compositore greco aveva vinto l’Oscar per le musiche di “Momenti di gloria”

In esclusiva per Il Mediterraneo il ricordo del Poeta e musicologo 

Maurizio Gregorini

E’ di qualche mese fa la pubblicazione di “Juno to Jupiter”, passato quasi inosservato qui in Italia. Eclettico, sofisticato, capace di un’inventiva eterea, che valica ogni allucinazione, pure l’ultimo lavoro depone come lo spazio siderale sia benevolo a Vangelis: in musica, egli ne rivela intervalli e porzioni, confezionando per l’ascoltatore saporosità, suoni, strepitii; non a caso pure quest’opera è la summa di atmosfere celesti e passeggi psichici, peripezie cosmiche: con movimenti sonori sorprendentemente appartati e attraenti, qui anche l’aria assurge ad arpa che risuona, marcando un infinito vissuto anche dai non nati, tant’è che la voce eccelsa di Angela Gheorghiu (nata Burlacu nel 1965, soprano rumeno, è considerata, a livello internazionale, uno dei nomi di spicco della lirica contemporanea

Si afferma nel mondo della lirica sia grazie alla sua voce da soprano lirico puro – dotata di notevole estensione e di grande abilità nel fraseggi – sia per presenza scenica e doti recitative), chiamata a commentarne le partiture interplanetarie, si mostra affascinante, smisurata. E, al pari di “Juno to Jupiter”, anche i due precedenti ultimi lavori (“Rosetta” del 2016, pubblicato dopo diciotto anni dall’ultima incisione in studio, è un progetto nato nel 2014 da una telefonata tra Vangelis e l’astronauta André Kuipers. Ispirato all’omonima missione spaziale dell’ESA, in cui la sonda spaziale Philae atterrò sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, il compositore ne ha tratto l’ispirazione dalle esperienze e storie che Kuipers condivideva con lui tramite video chiamata dalla Stazione Spaziale Internazionale: «Mitologia, scienza ed esplorazione dello spazio sono temi che mi hanno sempre affascinato fin dalla mia infanzia. E sono in qualche modo collegati con la musica che scrivo», dichiarò l’artista alla avvenuta pubblicazione. Il secondo è  “Nocturne” del 2019, opera incorporea, trascendente, ma questo si può affermare per la totale sua discografia), specificano l’ampiezza dell’autore nell’indicare una vicenda dove l’incanto delle stelle, dei pianeti nebbiosi, dei buchi neri, assurgono non a fantascienza (nel modo in cui si potrebbe commentare la colonna sonora di “Blade Runner”), ma ad armonia sacra, dove la catarsi infinitamente umana accosta antico e moderno per un misticismo sonoro di cimitero aerei: crepitii viscerali, tra strumenti e pigre trasparenti arie, concorrono al restauro di un ordine naturale, in nome di un revisionismo del concetto di un tipo di produzione musicale che ripudia la violenza per un tipo di suono e tende all’immanente estasi. 

Ne sono documento i dischi conseguiti con la collaborazione di Irene Papas: prima di sciogliere gli Aphrodite’s Child, Vangelis registra una eccellenza, l’album doppio “666”, che altro non è che la messa in musica dell’ultimo libro del Vecchio Testamento, quello dell’Apocalisse, usato come metafora di un mondo occidentale decadente che, non avendo imparato nulla dalle stragi della guerra, sprofonda nelle dittature e nell’ignoranza; opera dall’ascolto difficile, splendore di musica ellenica antica trasposta nel jazz e nel rock, con i testi letti dalla voce dell’icona femminile della libertà di un popolo orgoglioso ed oppresso. Ma oltre “666”, insieme a Papas registra prima “Odes”, nel 1979, e in seguito, nel 1986, “Rapsdies”. E non può difettare da parte nostra un approfondimento sul duo: in “Odes” vengono riarrangiati brani della tradizione greca alternati a composizioni nuove, ma la preminenza è in “Rapsodie”, che trae forte ispirazione dalle musiche della liturgia della Pasqua greco ortodossa e da altre tradizionali della musica bizantina.

Il risultato è di carattere ascetico, dovuto innanzitutto all’interpretazione vocale. Qui Vangelis presenta la funzione e la struttura della rapsodia nel suo significato originario che deriva dall’antica Grecia, resa odierna alla luce delle tastiere e di una logica attualizzazione, calata al tramonto del Ventesimo secolo. Il disco si apre con il fracasso di un conflitto: suoni irruenti di spade e cavalli, urla che si intersecano, per introdurre la voce della Papas con una calma ballata strofica che deriva dalla ricchezza di tradizione religiosa, tra inni dedicati al tema della risurrezione. Chiude questa luminosità in un incedere tetro e pacato – ma regolare – “Song of Song”, undici minuti di partecipazione emotiva impostata su una sorta di accordo percussivo dove protagonista è un recitativo altamente drammatico declamato in greco. Rallentamenti vocali, respiri, tensione rendono la magnificenza una raffigurazione di morte, charme poetico che commuove anche se non se ne comprende il linguaggio, tant’è che la lunga esperienza del compositore in fatto di cultura ellenica, col determinante ruolo di Irene Papas, danno origine ad un disco intenso, dove squarci di sereno e sommità teatrali completano l’estasi dell’essere spiriti in un corpo.  

Scrivevamo prima come “Juno to Jupiter”, sia passato quasi inavvertito da noi; ma non solo: non si intende da parte di certa critica nemmeno ricordare il legame che Vangelis ebbe col nostro paese: nel 1974 sancì il successo di “E tu” di Baglioni (ne scrisse gli arrangiamenti), nel 1976 quello di Riccardo Cocciante con gli accordi abbaglianti di “Concerto per Margherita”, e sempre nello stesso anno curando la produzione e le ricerche sonore per due elleppì di Patty Pravo, “Tanto” e “Patty Pravo (l’album soprannominato dalla Pravo “Biafra”); poi nel 1986 scrivendo, arrangiando e producendo, brani per Milva in “Tra due sogni” dove svetta una incredibile rielaborazione della “Carmen” di Bizet, mentre la famosa cantante italiana Giorgia Fumanti ha utilizzato le sue composizioni per il suo debutto discografico “Like a dream”. 

Vangelis Odysseus Papathanassiou, noto come Vangelis, è morto a 79 anni in una clinica di Parigi, in seguito al Covid; è stato uno dei più grandi tastieristi prog degli anni Sessanta, ed un grande combattente per la libertà. Disapprovava manifestarsi in pubblico: ai tempi degli Aphrodite’s Child, quando il trio greco era all’apice del successo internazionale, si rifiutò di partire in tour per restare a casa ed elaborare le sue mille idee. 

Premio Oscar per le musiche di “Momenti di gloria”, aveva composto la colonna sonora di “Blade runner”, divenendo in pochi anni un autentico innovatore del concetto di musica da film. Nato in Grecia nel 1943, aveva dimostrato un grande talento fin da bambino, divenendo in pochi anni un formidabile polistrumentista. Dopo aver fatto parte dei Forminx, insieme a Demis Roussos e Anargylous Kolouris fondò, appunto, gli Aphrodite’s Child. 

Nel 1968 il trio decise di allontanarsi dalla Grecia, funestata dalla dittatura dei colonnelli, per tentare l’avventura in Inghilterra. Il viaggio prevedeva uno scalo a Parigi e a causa di mai chiariti problemi di visti, il trio fu costretto a fermarsi nella capitale francese. Un incidente decisivo per la carriera dei tre: ottennero un’audizione con la Mercury che li mise sotto contratto. 

La loro “Rain and tears”, caratterizzata dagli arrangiamenti di Vangelis e dalla voce di Demis, divenne un inno del maggio francese. Seguirono poi altri successi come “It’s five o’clock” e “Winter and fall”. Il carattere schivo e insofferente di Vangelis ebbe la meglio anche sulla fama: sebbene Roussos cercasse di convincerlo in mille modi a continuare, nei primi Settanta Vangelis si rifiutò di seguire i compagni in tour, preferendo la solitudine dello studio per elaborare le sue idee rivoluzionarie. Da lì in poi prese il via la sua fortunata carriera di produttore, arrangiatore e autore di colonne sonore. Dopo un inizio incerto con l’album “Sex power”, si trasferì a Londra giusto in tempo per rifiutare l’offerta degli Yes, che lo volevano alle tastiere per sostituire Rick Wakeman, tanto per non smentire la sua fama di artista schivo

Dopo aver aperto il suo studio di registrazione, inaugurò una proficua collaborazione con il cantante degli Yes, Jon Anderson, che si concretizzerà poi nell’album del 1979 “Short stories”, e pubblicò poi alcuni dischi (in particolare “Albedo”) che aprirono nuovi scenari nella scena progressive inglese, grazie a uno stile che mescolava elementi jazz rock con sonorità che anticipavano la new age. Poi, il cinema: l’investitura capitò con le musiche del film di Hugh Hudson “Momenti di gloria” dove un originale, innovativo uso delle tastiere diventò marchio di fabbrica e attirò l’attenzione di Ridley Scott, che gli affidò le musiche del leggendario “Blade runner” (i brani suonati da Vangelis furono editi in CD solo nel 1994). Con Scott lavorò anche per “1492: conquest of paradise”, per poi spostarsi su un terreno più ambizioso con lavori tipo “El Greco”, a metà strada tra operistica e classica contemporanea. 

Nel suo rigore artistico, sempre lontano dai riflettori, ha popolarizzato la musica elettronica portandola anche in classifica. Tra le poche concessioni allo show business resta memorabile il concerto al tempio di Zeus Olimpio di Atene, nel 2001, accompagnato da un’orchestra e da un coro. Un azzardo mai ripetuto. 

Vangelis ha fatto spesso uso di strumentazioni elettroniche, quali il sintetizzatore, che ha alternato alle acustiche. Si è ispirato sovente al rock e, secondo le parole del giornalista musicale John Schaefer, “Egli non è propriamente classico e, pur adottando l’improvvisazione, non è certamente jazz”. Col passare degli anni Vangelis ha preso le distanze dalla musica elettronica per concentrarsi sull’orchestra. In “Dragon” del  1971, “Earth” del 1973,  “Heaven and Hell” del 1975 e nella colonna sonora di “Albedo 0.39” del 1976 inserisce elementi rock, mentre con i dischi editi dalla metà dei Settanta, ha composto in prevalenza tracce con elementi pop e jazz, definite dalla critica veri “viaggi ipnotici di ritmi assortiti”. 

I Settanta si concludono con elleppì tipo il cupo e poco accessibile “Beaubourg” del 1978 e “Opera Sauvage” del 1979, dalle sonorità liriche e orchestrali. Se “Chariots of Fire” del 1982 è in buona parte melodico, proto-smooth jazz, ossia caratterizzato da suoni puliti, lustri stridii elettronici e archi, con “Antarctica” del 1983 Vangelis rappresenta sé stesso con una musica di picco spirituale per l’armonia radiosa di strati di sintetizzatori, arpe e violini che ne strutturano la composizione. 

“The Mask” del 1985, preceduto dall’altrettanto sperimentale “Invisible Connections” dello stesso anno, propone musiche dalle sonorità ipnotiche e drammatiche, mentre “Oceanic” del 1996 segna una svolta verso brani più meditativi. Nel tempo le sue musiche sono state sovente utilizzate come colonne sonore di documentari, spot pubblicitari, sigle televisive, servizi giornalistici e addirittura come inni non ufficiali di grandi eventi (ad esempio sportivi o politici).

Il suo vasto repertorio rende agevole scorgere brani che abbiano l’atmosfera adatta alle immagini che devono essere accompagnate dalla musica: sia che serva un brano dal carattere sognante, triste o rassicurante, dal suono delicato o dall’incedere trionfale e maestoso, è sempre possibile trovarne uno dalle peculiarità necessarie. In virtù di questo, molto spesso le musiche di Vangelis sono entrate nell’immaginario collettivo per un loro uso alternativo da parte dei mass-media, soprattutto in televisione.