Zero: «Dio? Lo carezzo da vicino. Ecco perché ho inteso scrivere un oratorio moderno». Ma l’opera è piatta

Libro con allegato doppio CD per una ricerca della ‘Fede’ come atto d’insurrezione contro la stupidità del tempo presente. Diciannove brani di musica sacra alternati da pensieri e riflessioni degli ‘Apostoli della Comunicazione’

di Maurizio Gregorini

Abbiamo aspettato qualche giorno a commentare il nuovo lavoro del cantautore romano poiché crediamo che un impegno simile meriti una considerazione particolare; dopo ennesimi ascolti se ne è ipotizzato che si tratti di un’opera concettualmente teatrale che però, su supporto sonoro, perde di accezione. Presentato alla stampa nella Sala Marco Aurelio del Campidoglio, “Atto di Fede” è libro e doppio CD: diciannove brani che hanno l’ostentazione di volersi composizioni sacre, scritte – nonché musicalmente composte – da Zero che ha scelto il Maestro Adriano Pennino per arrangiarli, orchestrarli. Le canzoni sono unite tra esse da riflessioni e testi scritti per l’occasione da Alessandro Baricco, Luca Bottura, Pietrangelo Buttafuoco, Sergio Castellitto, Aldo Cazzullo, Lella Costa, Domenico De Masi, Oscar Farinetti, Antonio Gnoli, Don Antonio Mazzi, Clemente J. Mimun, Giovanni Soldini, Marco Travaglio, Mario Tronti, Walter Veltroni, ossia da autori che Zero ha definito “Apostoli della Comunicazione”, e narrati da Oscar Farinetti, Pino Insegno, Giuliana Lojodice, Marco Travaglio, Luca Ward più lo stesso Zero. Le musiche sono state realizzate dalla Budapest Art Orchestra diretta da Andras Deak, dal Coro Internazionale istituito dall’Orchestra Filarmonica della Franciacorta a cui si aggiungono le interpretazioni di Giacomo Voli, vincitore di ‘All Together Now’ 2021 e Lorenzo Licitra, vincitore di ‘X Factor’ 2017. 

C’è intanto da dire che non è agevole compito per chicchessia trattare questo progetto, per svariate ragioni (non è da considerare, qui, l’anomalia dei fan scatenati del cantante romano, che il più delle volte scarseggiano di equità critica). Potremmo iniziare col suggerire che già da qualche decennio Renato Zero ha abituato il suo pubblico a realizzazioni indefinibili: prendiamo ad esempio quell’eccellenza titolata “L’imperfetto”, seguita poco dopo dalla divulgazione spiacevole di “Sulle tracce dell’imperfetto” (eccezione fatta per quell’incantevole pezzo “I migliori anni della nostra vita”, non firmato dal cantautore) o, tanto per avvicinarci ai nostri anni, riportando “Alt”, disco eccellente, moderno, unico, sia negli arrangiamenti come nelle dinamiche di vita sociale proposte nei testi, un album con cui Zero ha ridefinito essere un concreto artista, centrato nel flusso incrementante della vita, a cui però ha fatto seguito il fastidioso “Zerovskij. Solo per amore”, doppio CD di cui non se ne avvertiva l’esigenza, per proseguire con “Zero il folle”, che a tratti appariva essere un vero oltraggio alla intelligenza del pubblico, fino ad arrivare a festeggiare i settant’anni con “ZeroSettanta” (tre CD per trentanove canzoni, alcune sublimi, incomparabili per bellezza – è il caso del volume tre – ma altre, una ventina, sicuramente da cestinare), una realizzazione che a causa della pandemia non l’ha visto salire sul palco per promuoverlo ma, che in ripresa dei concerti, verrà presentato al Circo Massimo con quattro concerti-evento il 23, 24, 25 e 30 settembre, sia per recuperare ed estendere i festeggiamenti per il traguardo della sua cifra più tonda – appunto – sia per celebrare ben cinquantacinque di una carriera irripetibile: Divengo gladiatore per impadronirmi l’ennesima volta dell’applauso del pubblico. Ma non solo: il Circo Massimo riconoscerà la mia romanità e, data la chance, modificherò il canovaccio di canzoni ogni sera. Sul palco ci sarà un’orchestra e indosserò anche costumi originali, anche se di peculiarità – in fatto di costumi di scena – ne resta poca da inventare con tutto quello che ho infilato in decenni e decenni di carriera”, afferma). 

Ora, per quale presupposto abbiamo inteso riportare gli album citati poco sopra? Perché appare visibile come Zero ci abbia oramai educato ad avere un disco molto bello, singolare, prolungato però da un altrettanto CD irrisolto, poiché -superfluo smentirlo- di ‘incanto’ “Atto di fede” ha ben poco. 

Avevo bisogno di scrivere un oratorio. Sono giunto a vezzeggiare Dio da vicino”, ha giudicato lui stesso. E allora, cos’è un oratorio? E’ un genere musicale eseguito in forma di concerto, senza rappresentazione scenica o personaggi in costume. Generalmente composto per solisti, coro e orchestra, a volte con un narratore. E’ solitamente di soggetto spirituale religioso, ordinariamente tratto dalla Bibbia ma, ovviamente, può anche trattare argomenti profani, come mitologia o storia. Le sue origini vanno ricercate nell’ambiente romano tardo cinquecentesco, nell’evoluzione della lauda drammatica e del mottetto, e nell’affermazione – agli inizi del Seicento – del nuovo stile monodico. Nella seconda metà del Cinquecento, nell’ambiente romano intorno a San Filippo Neri (fondatore di due “oratori”, luoghi dove erano praticati esercizi di devozione che, accanto a prediche e preghiere, assegnavano una parte importante alla musica), si diede origine a un genere di lauda dalla semplice scrittura polifonica, che in seguito assunse forma dialogica, costruzione che fu significativa anche fuori dall’Italia come dimostrano gli oratori di M. A. Charpentier, Händel, J. S. Bach, Telemann. 

E cos’è un atto di fede? 

Fare ‘atto di fede’ significa ‘divenire’ dogma, qualcosa cui si crede ciecamente senza dubbi o discussioni, indipendentemente dalla sua razionalità o improbabilità, tant’è che l’apostolo Paolo insegna che la fede “è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono”. 

Dunque, ascoltando diligentemente il lavoro di Zero, si può supporre che la sua responsabilità sia stata quella di concretizzare nella vita quotidiana un obiettivo, imponendosi così a realizzare ciò che desidera, esercitando una fede che diviene forza che spinge l’intenzionato a compiere quanto necessario, ad essere motivato lungo un percorso scelto: ecco come si ultima un vero e proprio atto di fede e, non a caso, molti episodi delle Scritture riportano degli atti di fede di grande potenza; infine, è ovvio che si compie un atto di fede perché si spera in qualcosa di cui non si ha certezza. Lo si rileva nei brani “L’abbandono” e “Sono lontani gli abbracci” (come in altre occasioni del suo repertorio) è presente la fede dell’‘autorevole’ atto della ‘rivelazione’ (perno dell’intera nuova opera). Gesù: avere fede in Gesù Cristo vuol dire credere fermamente che Egli è il Figlio Unigenito di Dio e il Salvatore e Redentore del mondo. 

Scrivevamo sopra che non è agevole compito trattare questo progetto: da un punto di vista musicale l’opera, sebbene sia stata accuratamente seguita nel compimento degli arrangiamenti, si mostra noiosa, piatta, priva di diversificazioni e profondità, manca cioè di sensazioni, di emotività, perché se l’oratorio nei colori musicali come nelle immagini proposte deve avvicinarci a degustare un assaggio della volta celeste, non può – come invece accade in “Atto di fede” – non commuoverci, che tradotto vuole indicare non ‘dirci nulla’. Pure la coscienziosa analisi degli scritti proposti (ossia quelli a firma degli ‘Apostoli della Comunicazione’) non sorregge il proposito di farsi una idea chiara di quest’oratorio: sebbene incentrati in un’attualità disarmante dove i temi dell’immigrazione, della guerra, della salvaguardia del pianeta, del rispetto verso ogni forma di vita, della deferenza nei riguardi delle donne, della famiglia, dei padri come dei figli, sono ben presenti e disputati con chiarezza, sembra di assistere ad un sermone che di  morale, di tono dimesso e discorsivo, ha ben poco; anzi, vi stagna un bigottismo bacchettone a tratti intollerabile. 

Non appaiono profonde neppure le definizioni impiegate per la scrittura dei testi che, sebbene assimiliamo debbano includere chiunque si appresti a leggerli, sapienti e non, appariscono come summa dell’intero vocabolario usufruito dal cantautore fin dagli esordi. E sebbene nell’oratorio (cosiddetto ‘canto liturgico’ a voler essere pignoli) l’enfasi non è posta sulla musica ma sulla preghiera – in sintesi il canto stesso dovrebbe costituire un accrescimento della parola, “dalla parola alla Parola, ossia il ‘Verbo’ – in ‘Atto di Fede’ né musica né commenti riescono a sterrare nella profondità dei lemmi, non vanno a istituire una struttura di esegesi (seppur odierna), non conseguono cioè – a nostro avviso, ovvio – di evidenziare l’enigma, di aprire il cuore al Mistero, facendo scintillare una attendibilità – appunto – di fede, come se incutesse tuttora una sorte di timore all’uomo. E, nel caso il proponimento dell’opera fosse quello di ammonire chi fede non l’ha, basta andare a messa e bazzicare la Chiesa per patire favole a volte fastidiose e il gioco è fatto (riverito Zero – ti seguiamo da anni, ti rispettiamo e ti amiamo, però… -, essere cattolici non significa avere ‘Fede’. Essere cattolici significa essere tali – cioè imbevuti di dogmi -, mentre avere fede designa credere nella spiritualità dell’anima, nella religiosità della vita e dell’uomo, null’altro). 

Nel meeting romano, così Zero ha sintetizzato “Atto di fede”: «Non è solo una preghiera verso l’Altissimo, lo è anche verso il nostro impegno di ritrovare vicinanza, affetto e amicizia. Sappiamo bene la relazione con Dio sia fatto intimo e indiscutibile, ma sembra ch’Egli adesso si rifiuti di occuparsi del mondo, di noi; come fosse chiuso o taciturno. Non è più, cioè, nei nostri pensieri e anche se noi occupiamo le ventiquattr’ore della nostra giornata con sciocchezze e superficialità che s’aggiudicano tutta la nostra attenzione, Dio è sempre più Dio, ostinato a credere in noi e a perdonarci. Restiamo sempre suoi figli, sia quando stupriamo o ammazziamo, rubiamo, spacciamo, mentiamo. Ma ecco che Dio si mostra a noi benevolo, indulgente, compassionevole, perché il suo scopo è guarirci. Da cosa? Dalla superbia, dal rancore, dall’insoddisfazione, persino dalla mancanza di rispetto verso noi stessi. Ecco perché, in occasione della Pasqua, ho pubblicato un’opera dove ho riunito l’eccellenza che chiamo ‘Apostoli della Comunicazione’: siccome i temi toccati sono rilevanti, non me la sentivo di coordinare quest’approccio alla fede – ch’avevo in mente da tempo – da solo; nutrivo l’occorrenza di condividerlo con chi, sì è diverso da me, ma parificato dalla poesia, dall’inclinazione a essere leggeri, lievi nel senso elegiaco del termine. Con ‘Atto di Fede’ esorto chiunque a intrattenersi con Dio, a dirgli tutto quello che non va: ansie, paure, pene: a parlargli: Dio apprezza la franchezza. E poi, dato che sono arrivato al traguardo che ambivo da anni, per me quest’opera è una intimazione: è accarezzare Dio da vicino, fargli convenevoli per avermi gestito e aver mantenuto intatta la mia fede. Noi? Ci siamo dimenticati di Lui, né da Lui ci siamo fatti frequentare. Ora come ora l’umiltà di dirsi cattolici è sparita, si predilige giocare al Totip per raggiugere quella gratificazione che avremmo assicurata anche solo lanciando uno sguardo oltre le nuvole. Rifioriremo? Chissà. Esaminando che la maggior parte dei mali siamo noi stessi a infiammarli, basterebbe forse cambiare sguardo, riafferrare il colloquio con albe e tramonti, ridisegnandoci un futuro immacolato. La chiave di tutto? E’ la fede, che ci permette di osare, d’andare oltre le nostre capacità e potenzialità. Consegnarsi alle fede sempre, ogni mattino, anche nei momenti cruciali della malattia, del fallimento, dello sgomento, dell’indolenza. Se possedessimo il coraggio di sentirci difettosi e inadeguati, troveremmo nella fede quel vigore che ci permetterebbe di continuare il nostro viaggio su questa terra, sì intimo, ma con la comprensione e l’amore anche verso il nostro prossimo».