ZERO70. Considerazioni su un concerto sublime firmate dal Poeta Maurizio Gregorini  

Successo per la seconda serata Mediaset dedicata a Renato Zero. Evento che conferma un talento unico. Duetti realmente discutibili e forse inutili. Unico padrone di una platea di vita, ha fatto sempre ciò che desiderava di essa. Stati del cuore e dell’animo in canzoni accolte dal pubblico con esaltazione 

A CURA DEL MUSICOLOGO E POETA MAURIZIO GREGORINI

IN ESCLUSIVA PER MEDITERRANEOTODAY 

Successo inevitabile per il secondo appuntamento su Canale 5 del “Zero70” (il primo è andato in onda il 26 ottobre. Gli ospiti sono stati Stefano Bollani, Alex Britti, J-Ax, Jovanotti, Marco Masini, Paola Minaccioni, Morgan, Giorgio Panariello, Francesco Renga, Ron), prosieguo del meglio dell’evento al Circo Massimo di Roma (tutte le serate sono state sold out) con ospiti Al Bano, Serena Autieri, Mario Biondi, Diodato, Madame, Paola Minaccioni, Morgan, Fabrizio Moro, i Neri per caso e il grande Beppe Barra, che hanno condiviso coll’artista, a modo loro, un resoconto di vita artistica tramite canzoni indimenticabili. Come è noto, “Zerosettanta” è stata la grande festa, per celebrare, a due anni di distanza, il settantesimo compleanno (i settanta erano caduti durante la quarantena da Covid. Avrebbe voluto festeggiarli sul palco, ma causa pandemia non è stato possibile. Quindi, dopo lo stop forzato, ci sono state le date di settembre. Ma anteriormente l’uscita del primo volume del cofanetto che ha dato il titolo alle serata romane, Canale 5, in occasione dei suoi settanta, aveva già deciso di rendergli omaggio con la messa in onda esclusiva del concerto-evento “Zero il Folle“, selezione delle esibizioni  più significative  dei due concerti tenuti all’interno del Forum di Assago di Milano prima del lockdown, con la presenza di ospiti speciali come Sabrina Ferilli, Giancarlo Giannini, Alessandro Haber, Monica Guerritore, Serena Autieri, Gabriele Lavia, Anna Foglietta, Giuliana Lojodice, Vittorio Grigolo) e i cinquantacinque anni di carriera del cantautore. I due appuntamenti andati in onda su Mediaset sono stati un viaggio nell’universo di un artista unico e poliedrico, tra i più amati dal pubblico (oltre cinquanta milioni di dischi venduti. Con lui, sul palco, Danilo Madonia, Lele Melotti, Rosario Jermano, Giorgio Cocilovo, Bruno Giordana, Fabrizio “Bicio” Leo, Lorenzo Poli; otto coristi, ventitré ballerini e un’orchestra sinfonica di cinquanta elementi diretta dal Maestro Adriano Pennino su regia di Roberto Cenci). E ora le possibili considerazioni: gli spettacoli romani sono stati la chance di riproporre brani che da tempo l’artista non eseguiva dal vivo (“Sogni di latta”, “Fermati”, “Lei”, “La rete d’oro”, “Uomo no”, “La tua idea”, “Non sparare”, “Il caos” ecc. ecc.) e che uniti alle ultime produzioni affermano in che modo sublime egli ha potuto donare alla musica leggera italiana shock, individualità, atrocità e puttanaggine come nessuno prima di lui ha saputo fare (si tratta di una puttanaggine costruttiva e non offensiva: meglio chiarirlo, scanso fraintendimenti): ha cioè potuto, con un coraggio anomalo per il nostro panorama, portare in scena l’arte di mercanteggiare l’amore, di escludere qualsiasi struttura di discriminazione verso forme di sesso e politica; ha ridotto a semplici ombre boccheggianti le personalità di genitori e insegnanti che all’epoca dei primi successi gli erano ‘contro’ perché, discorde, fuorviava le inclinazioni sessuali degli uomini (qui è da valutare in quale conteso sociale Zero ha calpestato il palcoscenico negli anni Settanta, anni in cui un certo liberalismo sessuale in Italia – fatta eccezione per movimenti omosessuali come il ‘Fuori’ o le lotte delle femministe – era inconcepibile. Se non fosse stato per lui o per Amanda Lear – tanto per citare un altro artista che della sessualità ambigua ha fatto bandiera -, un certo provincialismo piccolo borghese sulla identità sessuale stagnerebbe tuttora. E’ inutile aggiungere che né Ivan Cattaneo o tantomeno Cristiano Malgioglio in quegli anni osavano proporsi eccentricamente: lo hanno eseguito dopo il suo sdoganamento). A tutto ciò (e questo è l’immenso suo talento) si è sempre aggiunta una capacità interpretativa della gestualità di una canzone che terrorizzava l’ascoltatore e un legiferare, legittimare, un tipo di diversità decantata che serviva a polarizzare una propria utopia e Zero, unico proprietario di una platea di vita, ha fatto sempre ciò che desiderava di essa; stati del cuore e dell’animo, i suoi, accolti con entusiasmo da ragazzi e ragazze che vedevano in lui una ‘emancipazione’ possibile, persone eterosessuali e omosessuali – quest’ultimi spesso lo hanno indegnamente e volgarmente ‘usato’ per fuoriuscire da alcune tematiche sui diritti civili – che pur di stargli accano avrebbero fatto qualsiasi cosa), in conclusiva: un’opera, la sua, che è stata e resta una ‘scrittura’ della diversità poiché, strano a dirsi, come il sommo poeta Pasolini, anche Zero desidera procedere ad annientare i lemmi della borghesia per la mercificazione di un concetto  linguistico-culturale che – va ammesso – sembra tuttora inassimilabile per gli schemi della nostra cultura dominante. Forse la differenza (se c’è) sta nel fatto che Pasolini, essendo uomo di cultura dalla faccia versatile e multiforme, poteva permettersi di spaziare in studi che servivano alla evoluzione del linguaggio nostrano (pensiamo a Gadda), ossia il linguaggio delle borgate, tanto per intenderci. In Zero invece, il pericolo di essere equivocati (se c’è) può arrivare dall’evidenza che dentro le borgate si entra e infine si resta (il duetto con Fabrizio Moro ne è testimonianza): non è cioè un lavoro pasoliniano che porgeva la discriminazione e la povertà del linguaggio alla conoscenza (tramite i libri); piuttosto il terrore si evince dal fatto che si possa vivere in una sola dimensione, la quale a lungo andare potrebbe (e scriviamo, potrebbe) offuscare la creatività infinita di un uomo (Zero) unico per la sua vivezza esibita sia nelle canzoni che sui palchi. 

Ma perché ci lasciamo andare ad affini analisi? Per la ragione che “Zerosettanta” è stata la conferma di un animale da palcoscenico (e vi erano dubbi?): viscerale, camaleontico, travolgente, passionale, unico – lo si ripete – nella totalità di una rappresentazione dei sentimenti della vita: una fusione di un fare puttanesco e libertino che sono all’unisono la garanzia di un ‘credere’, ‘provare’, che l’arte sia la possibilità di percorrere le strade misteriose dell’inconscio umano. Peccato che in questa ennesima presentazione (i concerti di “Zerosettanta”) siano stati inclusi ospiti che di siffatta ‘frenesia del darsi completamente’ alle storie di vite anomale (tipica del cantautore) abbiano ben poco da spartire (ma come può essere credibile l’interpretazione di Mario Biondi su di un brano come “Per non essere così” o di Fabrizio Moro su “Il caos”? O ancora quella di Madame per il pezzo omonimo? Dov’è, in tali esposizioni, la sfacciataggine, l’inaudito, lo sputtanamento, la distorsione dell’individuo, la veemenza di una diversità sbattuta in faccia all’ipocrisia della società tipica di Renato Zero? E va bene che per riposarsi un attimo in quattro ore di esibizione vi possano essere dei contributi, ma interpretarlo – per altri artisti – non è affatto semplice. A malapena ci è riuscita la grande Mina col suo omaggio; diverso il nostro commento se si trattasse di canzoni che Zero abbia scritto o scriva per altri artisti). Gli unici duetti, avvenentissimi, sintomatici, sono stati quelli di Stefano Bollani e di Beppe Barra: il primo ha accompagnato magistralmente Zero al piano per una rilettura di un brano, “Fermarti”, che ha saputo oltrepassare un’ossidazione del tempo per affermarsi come una illuminazione sul riflettere quali siano le potenzialità di una esistenza; il secondo recitando liberamente in napoletano una canzone, “La tua idea”, divenuta così l’affermazione intima di una lotta nell’affermare un proprio principio che pare non debba mai avere fine (e da grande artista qual è, col cazzo Barra ha cantato. E avrebbe potuto farlo magistralmente, basta pensare alla sua interpretazione in napoletano di “Bocca di rosa” di Fabrizio De André, tanto per fare inutili esempi). Assimilare per davvero l’intera produzione di Renato Zero non è cosa agevole (e tanto per fare un altro esempio, Andrea Pedrinelli, nel suo discutibile libro “Il mercante di stelle. Le storie dietro le canzoni”, spara a zero su di un album magnifico come “Leoni si nasce” ed esalta un lavoro discreto come il doppio “Zero” – forse l’attimo creativo meno splendente del cantautore -; come dire che per ‘entrare’ in siffatto e vario scenario di esistenze, tante cose bisogna averle provate sulla propria pelle per potersi approssimare senza pregiudizio su alcuni lavori; e sembra che di Zero Pedrinelli abbia inteso davvero poco se non è stato capace di valorizzare un disco che resta il massimo della creazione di Zero negli anni Ottanta), interpretarla poi, lo è ancor di più. Affermato ciò, a noi resta la goduria, il diletto di un artista che a settantadue anni si muove, si emoziona, si decanta innanzi ad un pubblico che mai gli ha voltato le spalle, un collettivo che sa bene come Zero sia non solo un artista universale ma romano (romano come romana era la grande Gabriella Ferri, che ha saputo trasformare la tradizione in una ‘aristocratica’ canzone dove sia influenza jazz che world music hanno reso la popolarità una struggente universale voglia di ‘esserci’, ossia l’estrinsecazione di un vivere spensierato, istrionico, inimitabile, insuperabilmente privilegiato), un uomo che ha dato alla musica e alla sua città tutto il possibile e l’inimmaginabile che un vero artista può e sa dare.